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Una persona su dieci se ne è andata dal proprio corpo — L'OBE e il cervello

  • Immagine del redattore: Alessandro Lombardo
    Alessandro Lombardo
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Non lo dicono così, ovviamente. Lo descrivono con cautela. «È come se mi fossi staccato da me stesso.» «Mi vedevo dall'alto, ero sul soffitto.» «Sapevo di essere ancora lì, ma non ero lì.»

E poi arriva il momento in cui si fermano e aggiungono: «Sarà la stanchezza, no?»

Anche qui quella piccola squalifica preventiva. Come se l'esperienza in sé non avesse diritto di esistere senza una scusa neurologica rassicurante.


Un fenomeno più comune di quanto pensiamo

Le esperienze extracorporee — out of body experience, OBE — sono state vissute da circa il 10-20% della popolazione generale almeno una volta nella vita. Non si tratta di fenomeni riservati a persone in punto di morte, a meditatori avanzati o a chi usa sostanze. Accadono durante stati ipnagogici, in condizioni di forte stress, in certi pattern di sonno, a volte spontaneamente, senza alcun trigger identificabile.

La persona percepisce il proprio sé come dislocato fuori dal corpo fisico. Spesso si vede dall'alto. L'ambiente è riconoscibile. La coscienza sembra integra — lucida, a volte più lucida del normale. E poi si torna, con la stessa brusca normalità con cui si finisce un sogno.


Lo stesso cervello del Terzo Uomo

Quello che la ricerca neuroscientifica ha chiarito negli ultimi vent'anni è che le OBE non sono fenomeni misteriosi che sfuggono alla spiegazione biologica. Sono il prodotto di un conflitto sensoriale specifico, localizzato in aree cerebrali precise.

Blanke et al. — gli stessi ricercatori del feeling of presence — hanno dimostrato che stimolando la corteccia temporoparietale destra in pazienti epilettici si possono indurre esperienze autoscopiche. La stessa area è coinvolta nell'integrazione dei segnali propriocettivi, vestibolari e visivi che il cervello usa per costruire la mappa del proprio corpo nello spazio. Quando quell'integrazione si inceppa — per stanchezza estrema, ipossia, epilessia, dissociazione, privazione sensoriale — il sé può «spostarsi».

Non è uscita dall'anima. È un bug dell'elaborazione multisensoriale.


Il problema del significato

La spiegazione neurologica è necessaria ma non sufficiente. Perché molte delle persone che vivono un'OBE non chiedono: «Cosa ha fatto il mio cervello?» Chiedono: «Cosa significa che me ne sono andato?»

E questa è una domanda clinica, non neurologica.

Le OBE compaiono con una certa frequenza in persone con storia di trauma — in particolare trauma precoce e dissociazione. La ricerca suggerisce una correlazione tra episodi di OBE nella prima parte della vita e sintomi psichiatrici successivi, senza che questo significhi causalità o patologia necessaria. L'OBE, in certi contesti, può funzionare come un meccanismo di coping dissociativo: il sé che si stacca da un corpo che non è al sicuro. In altri contesti è semplicemente un episodio isolato, senza precedenti e senza conseguenze.


Il ponte con le NDE

Chi lavora con persone sopravvissute a esperienze di pre-morte (NDE) sa che l'OBE è spesso il primo elemento narrativo del racconto: «Ho lasciato il mio corpo, ho guardato dall'alto, poi ho visto la luce.» I due fenomeni condividono lo stesso substrato neurologico — il temporoparietale in crisi — e la stessa natura: un'esperienza viscerale e convincente che lascia una traccia profonda.

La differenza è nel contesto. L'OBE isolata viene elaborata come curiosità o spavento. L'OBE dentro una NDE cambia la relazione con la morte, con il sé, a volte con la vita intera.


Cosa possiamo fare con questo

Mi chiedo quante volte un paziente abbia vissuto un'esperienza fuori dal corpo e non l'abbia mai portata in terapia — non perché irrilevante, ma perché troppo bizzarra, troppo ai margini di quello che sembra lecito portare in uno studio.

Ascoltare questi racconti senza patologizzarli e senza romantizzarli è un'abilità clinica che va coltivata. Significa saper distinguere: l'OBE isolata in persona senza storia di disturbi è quasi sempre benigna. L'OBE frequente in persona con storia dissociativa è un segnale che merita attenzione — non come fenomeno paranormale, ma come stile di risposta allo stress che il sistema nervoso ha imparato.

Il corpo che si abbandona racconta sempre qualcosa. Sta a noi decidere se ascoltarlo.

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