Psicologi in rivolta in Francia
- Alessandro Lombardo
- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 5 min
«Nous refusons l'ubérisation de notre pratique.»
Noi rifiutiamo l'uberizzazione della nostra pratica.
In Francia, questa frase l'hanno detta 8.600 psicologi. Ad alta voce. In piazza. Davanti al Ministero della Salute a Parigi.
In questi mesi ho raccolto materiale, testimonianze, sui recenti sviluppi nel nostro mondo professionale.
Mi sono chiesto, e nel resto del mondo cosa succede? Iniziamo dai nostri cugini d'oltralpe.
Leggete con attenzione e sospendete il giudizio. Qui il focus, a mio parere, è riflessivo. Comprendere.
È una sorta di cronistoria che reputo molto interessante.
Un piccolo disclaimer: non ho nessun interesse né obiettivi a creare movimenti o cose simili. Il mio unico obiettivo è riflessivo e di approfondimento sulla contemporaneità circa questi e altri fenomeni.
Non faccio parte di movimenti, associazioni (seppur io abbia le mie naturali simpatie), partiti etc.
Sono interessato da almeno un decennio a temi riguardanti la politica professionale e, dopo un po' di tempo passato anche dentro l'associazionismo attivo, dopo aver avuto ruoli istituzionali, la passione rimane come la voglia di comprendere e restare in contatto con i/le colleghe.
Il mio unico obiettivo è conoscere, riflettere, e creare dibattito attorno a questi temi.
Febbraio 2021: la Corte dei Conti e i 30 euro a seduta
La Corte dei Conti francese pubblica un rapporto. Raccomanda di generalizzare il rimborso delle sedute psicologiche attraverso il convenzionamento dei liberi professionisti con la Sicurezza Sociale.
L'idea, sulla carta, è nobile: rendere accessibile la psicoterapia a chi non può permettersela.
Il problema: la tariffa viene fissata a 30 euro a seduta. Senza consultare nessun professionista. Senza tenere conto che uno psicologo ha dal 40 al 60% di costi operativi mensili — affitto dello studio, formazione continua, supervisione, assicurazione professionale, contributi previdenziali.
Con 30 euro a seduta, uno psicologo francese lavora letteralmente in perdita.
L'alternativa, per rendere il modello economicamente sostenibile, è una sola: aumentare i volumi. Più pazienti, sedute più brevi, meno ascolto, meno riflessione, meno relazione terapeutica. Incatenare i pazienti per rendere il tutto redditizio da un punto di vista finanziario.
È esattamente la logica dell'autista Uber che accelera tra una corsa e l'altra per ottimizzare il guadagno orario.
Nasce il ManifestePsy
Nell'autunno 2021, un gruppo di psicologi clinici fonda il collettivo #ManifestePsy. Non è un sindacato. Non è un ordine professionale. È qualcosa di diverso: un movimento digitale, con una presenza fortissima su Instagram, TikTok, YouTube, Facebook.
Cresce rapidamente fino a superare gli 8.600 aderenti — in una professione che conta 88.000 psicologi in esercizio in tutta la Francia.
La cofondatrice, Camille Mohoric-Faedi, psicologa clinica e psicoterapeuta, spiega la loro posizione in un'intervista a What's Up Doc:
«Con questa tariffa di 30 euro, i professionisti liberali metterebbero la chiave sotto la porta. Oppure ciò li spingerebbe verso un'uberizzazione della loro pratica, con uno psicologo che incatena i pazienti per renderla redditizia da un punto di vista finanziario. Non è possibile, è scandaloso. È per questo che facciamo la scelta del boycott.»
Quella parola — ubérisation — diventa il centro di tutto.
I tre problemi identificati dal collettivo
Il collettivo identifica tre problemi precisi.
Il primo è economico. La tariffa fissata dallo Stato non copre i costi reali della professione. Il professionista diventa un subappaltatore eterno: porta la competenza, sostiene i costi, ma il prezzo lo decide qualcun altro. È lo schema economico dei conducenti di piattaforma — Uber, Glovo, Deliveroo — applicato alla cura psicologica.
Il secondo riguarda la qualità della cura. Il modello ministeriale francese promuove terapie standardizzate, con un numero fisso di sedute, protocolli rigidi, criteri di accesso restrittivi. Il ManifestePsy chiama questo modello con un nome: "Uber Care". La cura diventa un servizio industriale: veloce, misurabile, orientata alla risoluzione rapida del sintomo. Il paziente diventa un consumatore.
Il terzo problema è strutturale. Una volta stabilito il principio che la cura psicologica può essere erogata in sedute brevi, standardizzate, a tariffe basse, il passo verso le piattaforme private commerciali è breve. Anzi, è naturale. Le piattaforme non fanno altro che replicare — in forma privata e orientata al profitto — lo stesso modello che lo Stato ha normalizzato.
La campagna "Uber Psy Pizza"
Uno degli strumenti comunicativi più efficaci del ManifestePsy è la satira visiva.
La campagna "Uber Psy Pizza" mostra uno psicologo in sella a una bicicletta, con uno zaino termico che richiama esplicitamente quelli di Uber Eats e Glovo, che consegna sedute psicologiche come se fossero pizze a domicilio.
Fa ridere. Ma fa anche male — non è un caso che un mio recente post che riprende tale immagine abbia generato anche alcune reazioni di rabbia nei miei confronti da parte di colleghi/e indignati.
Ottobre 2022: gli psicologi scendono in piazza
Il Figaro titola: "Uber psy, non merci" — Uber psy, no grazie.
Migliaia di professionisti manifestano davanti al Ministero della Salute a Parigi. Il dispositivo MonPsy, lanciato ad aprile, è già boicottato dalla stragrande maggioranza degli psicologi eleggibili: su 88.000 professionisti in esercizio, solo 5.000 hanno aderito.
La protesta non ferma il dispositivo. MonPsy esiste ancora — riformato, con tariffe più alte, con criteri rivisti. Ma produce qualcosa di più duraturo: un lessico condiviso, una rete organizzata, una consapevolezza collettiva.
E poi arriva BetterHelp
Gennaio 2026. BetterHelp sbarca ufficialmente in Francia. È il suo primo grande mercato europeo non anglofono. E il meccanismo di ingresso è quello che conosce meglio.
La piattaforma investe massicciamente sugli influencer. Decine di creator YouTube e Instagram promuovono BetterHelp in modo entusiasta, spesso senza distinguere chiaramente la pubblicità dalla testimonianza personale. Il target è un'audience giovane, potenzialmente vulnerabile, abituata a consumare contenuti di benessere mentale sui social. BetterHelp aveva già collaborato con Justin Bieber, Ariana Grande, Travis Scott. In Francia replica lo stesso schema.
Le condizioni per i terapisti sono quelle già documentate in USA e UK: i praticanti sarebbero mal remunerati, incentivati a essere disponibili 24 ore su 24, e il compenso che percepiscono varia in base alla lunghezza degli scambi con i pazienti — non a tariffe fisse per seduta.
Nel febbraio 2026, Mediapart pubblica un'inchiesta con un titolo che dice tutto: «BetterHelp: l'ubérisation de la santé mentale servie par les influenceurs.» La parola che il ManifestePsy usava dal 2021 finisce ora sulla prima pagina del più importante giornale d'inchiesta francese.
La questione arriva in Parlamento. Il deputato centrista Olivier Falorni deposita una questione scritta alla ministra della Salute, evocando la possibilità di interdire BetterHelp in Francia e denunciando i rischi di «un domaine de la santé mentale marchandisé» — un settore della salute mentale mercificato.
A questo si aggiungono le preoccupazioni sulla gestione dei dati personali. Negli USA BetterHelp aveva già versato quasi 10 milioni di dollari per chiudere un'indagine per la rivendita dei dati degli utenti a Facebook e Snapchat.
Questa è la cronistoria, per ora
Sto pensando di contattare alcuni soggetti che hanno promosso queste azioni che racconto. Penso ne nascerebbe un bel dialogo.
Nel frattempo sto lavorando ad altri contenuti. Molto interessanti saranno quelli provenienti dagli USA.



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