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È l'algoritmo, bellezza: storie di terapeuti al cospetto del capitalismo

  • Immagine del redattore: Alessandro Lombardo
    Alessandro Lombardo
  • 11 minuti fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Una collega mi ha recentemente raccontato questa storia: a un certo punto ha smesso di ricevere nuovi pazienti. Di colpo. Prima, lavorando per una nota piattaforma ne riceveva parecchi. Ad un certo punto, zero.


Come mai, si è domandata? L'algoritmo non ti assegna più pazienti le è stato risposto.


E' l'algoritmo bellezza. Non ti sceglie più. Non le piaci più, vai a sapere perché, sai, gli algoritmi sono così, se gli piglia i cinque minuti non ti parla più per un mese. Ma tu sei sicura di non averlo offeso? Lo hai per caso guardato male? Lo hai nominato forse invano?



L'algoritmo. Questa nuova forza naturale, sovrannaturale.


Questa collega aveva fatto una cosa molto semplice: aveva firmato una richiesta collettiva per aprire un tavolo di confronto con la piattaforma per cui lavorava. Voleva discutere dei compensi. Niente di più.


Non lo so con certezza se c'è un nesso tra le due cose. Nessuno può saperlo, per definizione — è l'algoritmo. E già il fatto questo basterebbe a riflettere.


Ma il fatto che questa storia si ripeta, con variazioni minime, in più di un racconto che mi è arrivato, mi sembra già abbastanza per fermarsi a pensare.


Trenta euro lordi

Parto dal dato concreto, perché spesso in queste discussioni il dato concreto sparisce sotto le parole.


Una nota piattaforma di psicologia online paga i propri psicoterapeuti collaboratori trenta euro lordi per seduta. Trenta euro omnicomprensivi. Significa che da quella cifra il professionista deve sottrarre i contributi ENPAP — che con la recente riforma sono in aumento — più le imposte, più le spese di gestione della partita IVA. Il netto reale si aggira, a seconda della situazione fiscale, tra i ventidue e i ventiquattro euro per seduta secondi i miei calcoli.


Ventitré euro per cinquanta minuti di ascolto clinico specializzato, con responsabilità deontologica piena, con obbligo di aggiornamento, con anni di formazione post-laurea alle spalle.


Non sto dicendo che lavorare per una piattaforma sia sbagliato in sé. Sto dicendo che questa cifra merita di essere guardata in faccia, come anche il contesto entro il quale questi 23 euro vengono generati.


Una PEC nel vuoto

All'inizio del 2026, un gruppo di psicoterapeuti che collaborano con questa piattaforma si è organizzato. Si sono trovati in una chat, hanno ragionato insieme, hanno deciso di affidarsi a un sindacato di categoria per avanzare una richiesta formale: aprire un confronto sui compensi, anche alla luce dell'aumento contributivo ENPAP. Una richiesta di dialogo, non una rottura. Un tavolo, non una guerra.


È stata inviata una PEC. Formale, argomentata, firmata da decine di professionisti.

La risposta è stata il silenzio. Non un diniego, non una controproposta, non un "ci prendiamo del tempo per valutare". Il silenzio. La PEC è rimasta lì, come si lasciano le cose che non si vuole toccare. "Ma che ce frega ma che c'emporta" verrebbe da pensare.


Qualche settimana dopo, alcune delle colleghe più esposte — quelle che si erano rese più visibili nella richiesta — hanno cominciato a non ricevere più nuovi invii.

L'algoritmo non le assegnava più. Si sarà offeso?


L'algoritmo è sua maestà

Esiste un modo molto elegante per esercitare potere senza doverlo rivendicare: delegarlo a un sistema.


Se sei tu che decidi di non assegnare più pazienti a un collaboratore, sei responsabile. Devi giustificarti, rispondere, motivare. Puoi essere contestato. Se invece è l'algoritmo — una funzione, un parametro, una logica di ottimizzazione che nessuno ha voglia di spiegare — allora non c'è nessun responsabile. C'è solo un processo.


Questa è la struttura fondamentale dell'uberizzazione del lavoro professionale. Non è una novità — Nick Slee la descriveva già con precisione riferendosi ai driver delle piattaforme di trasporto.


Siamo, noi psicoterapeuti, i nuovi tassisti pronti ad essere scalati.


Quando la piattaforma decide la clinica

C'è un livello della questione che va oltre il compenso e che mi preoccupa ancora di più.

Chi decide quali pazienti arrivano a quale terapeuta? Chi gestisce i casi urgenti, i quadri complessi, le situazioni che richiedono un passaggio rapido di consegne? Chi garantisce la continuità quando un professionista viene tolto dalla rotazione — per scelta sua o dell'algoritmo?


In un setting tradizionale, queste decisioni appartengono al clinico, all'équipe, alla supervisione. In una piattaforma, appartengono alla logistica. Appartengono al sistema di matching, alla disponibilità di slot, alla valutazione dell'utente dopo la seduta — che spesso pesa sulla visibilità del professionista tanto quanto la qualità clinica reale, se non di più.


Non sto dicendo che questo produca automaticamente cattiva terapia. Sto dicendo che produce standard clinici che non sono stati discussi, votati, certificati da nessun organo professionale. Sono stati decisi da chi ha progettato la piattaforma.

Questo dovrebbe interrogarci.


Dove sono le nostre istituzioni

Quando la storia della PEC ignorata ha cominciato a circolare, mi sono fatto una domanda semplice: cosa ha detto il Consiglio Nazionale dell'Ordine? Cosa Enpap?


Per quello che so, poco o niente di pubblico. Il sindacato ha agito, ma poi?


Non voglio fare dell'anti-istituzionalismo facile — conosco la complessità del lavoro ordinistico, i vincoli legali, le difficoltà di intervento sui rapporti di lavoro tra privati.


Ma c'è una questione che non è giuridica, è culturale: le nostre istituzioni sembrano strutturalmente impreparate a ragionare su queste forme di lavoro. Le piattaforme non sono né dipendenti né liberi professionisti in senso classico. Sono qualcosa di nuovo, e il nostro apparato regolatorio e rappresentativo non si è ancora attrezzato per capirle — figurarsi per tutelarsi.


Nel frattempo, il mercato si organizza da solo. E si organizza secondo le sue logiche.


Come anche i colleghi e le colleghe si organizzano da soli, e per questo, ne subiscono le conseguenze. Purtroppo nel mondo reale il più piccolo viene schiacciato.


Non è nostalgia

Voglio essere chiaro su una cosa, perché è facile fraintendere.


Non sto sostenendo che le piattaforme di psicologia online siano il male. Alcune hanno contribuito ad abbattere barriere di accesso reali: geografiche, economiche, culturali. La terapia online ha raggiunto persone che non avrebbero mai varcato la porta di uno studio. Questo conta, e sarebbe disonesto ignorarlo.


Ma accesso e sfruttamento non si escludono. Si possono fare entrambe le cose nello stesso momento: rendere la terapia più accessibile agli utenti e rendere il lavoro del terapeuta economicamente insostenibile e professionalmente opaco.


Il problema non è che esistano le piattaforme. Il problema è che nessuno ha ancora deciso — come categoria, come ordine, come sistema formativo — a quali condizioni si accetta di lavorarci. E finché non lo decidiamo noi, lo decide qualcun altro.

Lo sta già facendo.


Sant'Algoritmo aiutaci tu perché

La collega di cui vi ho parlato all'inizio non so come stia andando. Non so se ha deciso di restare, di ridurre, di cercare altro. Non so se la situazione si è risolta o si è incancrenita. Anzi, non è vero: lo so benissimo perché ci ho parlato.


So che la sua storia — e quelle di molte altre persone nella stessa condizione — merita qualcosa di più di un silenzio istituzionale e di una risposta algoritmica.


Mi chiedo quante di queste storie restano nelle chat private, nei gruppi WhatsApp, nei corridoi dei convegni. Mi chiedo quante non vengono raccontate perché chi le vive teme di essere penalizzato — di non ricevere più invii.


La professione ci sta cambiando sotto gli occhi, ma sembra che nessuno ne voglia parlare.


Che fare? Forse una preghiera tutti insieme a Sant'algoritmo potrebbe servire?


Queste riflessioni sono in corso. Proseguiranno. Se hai piacere di scrivermi o contattarmi, questa è la mia mail: info@alessandrolombardo.it

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