top of page

Supporta il mio lavoro e iscriviti alla Newsletter Ariele

La solitudine non è una scelta. È una condizione prodotta

  • Immagine del redattore: Alessandro Lombardo
    Alessandro Lombardo
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 6 min

C'è una statistica che continua a girarmi in testa. Una persona su sei nel mondo ha vissuto sentimenti di solitudine nell'arco del decennio 2014–2023. Tra i giovani dai 13 ai 29 anni, la percentuale sale fino al 21%. Nei Paesi a basso reddito arriva al 24.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità non ha usato mezze parole: gli alti tassi di isolamento sociale e solitudine in tutto il mondo hanno gravi conseguenze per la salute e il benessere. Ha istituito una commissione, co-presieduta dal Surgeon General americano Vivek Murthy. Ha pubblicato un rapporto. Ha chiamato la connessione sociale una priorità di salute pubblica.

Tutto bene. Tutto giusto.

Eppure mi chiedo se stiamo inquadrando il problema nel modo corretto — o se, definendo la solitudine un'emergenza sanitaria, la stiamo già parzialmente depoliticizzando. Trasformando in un fatto clinico qualcosa che è soprattutto un fatto strutturale.

Il problema non è che le persone non sanno come stare insieme


L'Harvard Study of Adult Development — uno studio longitudinale di 85 anni — ha mostrato che la qualità delle relazioni è il principale predittore di felicità e salute. "Le persone che apparivano più soddisfatte nelle loro relazioni all'età di 50 anni erano le più sane all'età di 80 anni", ha dichiarato Robert Waldinger.

Questo dato è diventato quasi un mantra della psicologia positiva contemporanea: "cura le tue relazioni, investi nei legami." Come se il problema fosse principalmente una questione di motivazione individuale — la tendenza a isolarsi, la difficoltà a connettersi, l'ansia sociale.

Ma nel corso della vita, presi dalla frenesia quotidiana, tra ritmi di lavoro sempre più serrati, è facile lasciar appassire legami familiari e di amicizia. Una tendenza che, secondo Waldinger, è tanto dannosa per la salute quanto il fumo o l'abuso di alcol.

La pigrizia. Ecco il termine che mi disturba. Non perché non esista — esiste. Ma perché mette in secondo piano qualcosa di più pesante: il fatto che costruire e mantenere relazioni richiede tempo, spazio fisico e continuità. Tre risorse che l'organizzazione attuale del lavoro e delle città tende a comprimere sistematicamente.

Dove sono i luoghi del legame?


Nel 2025, il 29% degli italiani lavorava da casa almeno part-time, e il 26% di loro riferiva di sentirsi isolato a causa di ciò. A Roma, il 53% dei residenti si sente solo, con il 40% che vive da solo.

Non si tratta di un dato psicologico individuale. Si tratta di una morfologia urbana e lavorativa che ha ridisegnato i tempi e i luoghi della vita sociale. Il telelavoro ha dissolto gli spazi informali di contatto — il caffè veloce prima della riunione, il pranzo in ufficio, la sigaretta condivisa nel cortile. Il pendolarismo ha eroso le ore residue. La frammentazione dei contratti ha reso instabili le comunità professionali.

Una ricerca condotta su oltre 20.000 persone in Canada mostra che i livelli più bassi di solitudine sono sistematicamente associati a un più alto senso soggettivo di connessione con la propria comunità. Le percezioni di appartenenza e vicinanza alla comunità risultano predittori molto più importanti della solitudine rispetto a caratteristiche puramente fisiche del luogo, come dimensione o densità (MacDonald & Schermer, 2025).

Non è la città che isola: è la città che non crea occasioni di sosta, di incontro ripetuto, di riconoscimento reciproco. La connessione non si costruisce nelle grandi occasioni. Si costruisce nell'ordinario, nel rituale minore, nella frequentazione regolare degli stessi spazi. Quelli che l'urbanistica chiama terzi luoghi — né casa, né lavoro — e che stiamo perdendo progressivamente.

Connessione come salute pubblica. Ma di chi?


La disconnessione sociale favorisce malattie cardiovascolari, ictus, ipertensione, diabete, demenza, ansia e depressione. Le persone sole hanno il doppio delle probabilità di soffrire di depressione e maggior rischio di sviluppare Alzheimer. L'OMS definisce la connessione sociale una risorsa di salute pubblica, come l'acqua potabile o i vaccini.

La metafora mi piace molto — e mi preoccupa un po'. L'acqua potabile e i vaccini non dipendono dalla motivazione individuale. Dipendono da infrastrutture collettive, da scelte politiche, da investimenti pubblici. Se la connessione sociale è davvero equiparabile a quelle risorse, allora la domanda non è "come posso io essere meno solo?" ma "quali infrastrutture sociali stiamo costruendo — e quali stiamo smantellando?"

Ivan Illich lo avrebbe chiamato un caso classico di controproducività istituzionale: il sistema che genera il problema si propone come soluzione al problema. La stessa logica produttiva che ha eroso i tempi e gli spazi del legame ora delega alla sanità pubblica il compito di ricucire ciò che ha lacerato. E in Tools for Conviviality (1973) aveva già identificato la posta in gioco: la differenza tra strumenti che ampliano la capacità delle persone di stare insieme — i terzi luoghi, il tempo libero non strutturato, gli spazi pubblici accessibili — e strumenti che separano e specializzano. Avremmo bisogno di più dei primi. Invece finanziamo i secondi e poi istituiamo commissioni per studiare perché la gente è sola.

Non è cinismo. È una domanda che la politica dovrebbe porsi prima di delegare il problema alla medicina.

Il Report OMS richiama l'attenzione su aree chiave di investimento: le politiche, la ricerca scientifica, gli interventi efficaci e adattati ai diversi Paesi e alle diverse popolazioni, l'impegno a livello di agende nazionali e locali e di movimenti sociali. Le comunità — dove le persone vivono, lavorano, imparano, agiscono e crescono — sono il cuore della connessione sociale.

Questa è la parte del report che viene meno citata. Molto più diffusa è la versione individualizzata del problema: sei solo? prendi iniziativa, frequenta corsi, iscriviti a un'associazione, stabilisci micro-rituali sociali. Tutto utile. Niente di sbagliato. Ma è come dire a chi vive in un deserto idrico: "compra una borraccia e tienila sempre con te."

Quello che vedo in studio


Lavoro clinicamente con persone che descrivono una solitudine che non riconoscono come tale. Non si presentano dicendo "mi sento solo." Dicono: "mi sento esaurito," "non ho più energie per le amicizie," "il tempo non basta mai."

La solitudine si maschera. Si nasconde dietro l'iperconnessione digitale — che offre la forma della socialità senza la sostanza. Si nasconde dietro i ritmi lavorativi che funzionano da ottima giustificazione per non investire nelle relazioni. Si nasconde dietro l'idea che "sono fatto così," che la tendenza all'isolamento sia un tratto caratteriale piuttosto che una risposta adattiva a condizioni che rendono la socialità faticosa.

Illich avrebbe riconosciuto anche questo: quando le condizioni strutturali impediscono qualcosa, le persone smettono di desiderarlo attivamente — e imparano a chiamare la privazione con un altro nome. "Non sono tipo da uscire" spesso significa: non ho più trovato un luogo e un tempo in cui fosse semplice, ripetuto, poco costoso farlo.

Il declino del capitale sociale e l'aumento di ineguaglianza e segregazione portano alla disintegrazione della comunità. Non è un processo psicologico individuale. È un processo sociale che ha conseguenze psicologiche individuali. La distinzione non è accademica: cambia radicalmente dove indirizziamo le risorse cliniche, politiche, urbanistiche.

L'urgenza politica, appunto


Quello che mi colpisce nel titolo di un recente articolo pubblicato su Lucy — "L'urgenza politica dei legami" — è quella parola: urgenza. Non solo importanza. Urgenza.

Colpite persone di tutte le età, in particolare i giovani e le persone che vivono nei Paesi a basso e medio reddito. L'OMS invita tutti gli Stati membri, le comunità e i singoli individui a fare della connessione sociale una priorità di salute pubblica.

Il problema è che l'urgenza viene dichiarata, ma le politiche concrete — quelle che ridisegnano gli orari di lavoro, che proteggono i terzi luoghi, che finanziano associazionismo e spazio pubblico — restano in secondo piano. Molto più rapido e politicamente meno costoso è spostare il problema sul piano individuale: "impara a connetterti meglio."

Come clinici, dobbiamo fare entrambe le cose: aiutare le persone a navigare la solitudine che vivono adesso, nel corpo di condizioni che non hanno scelto. E al tempo stesso non smettere di nominare — nei contesti in cui abbiamo voce — che la solitudine di massa non è un deficit psicologico collettivo. È il prodotto prevedibile di scelte collettive che si possono — almeno in parte — invertire.

Illich scriveva che una società conviviale non è quella che produce di più, ma quella in cui le persone hanno gli strumenti per costruire la propria vita insieme agli altri. Non è una citazione datata. È esattamente il problema che non stiamo risolvendo.

Queste riflessioni sono in corso. Proseguiranno.

Post recenti

Mostra tutti

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page