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Lo psicologo Uber. I nuovi rider della cura

  • Immagine del redattore: Alessandro Lombardo
    Alessandro Lombardo
  • 16 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

"Ciao Milano! Unobravo da oggi è anche offline."

Puoi fare terapia in presenza, con uno dei loro psicologi.

Taaaac, possiamo dirlo?


Sì, possiamo dirlo. Questa è la nuova pubblicità di Unobravo con il suo nuovo servizio.

Diciamolo dunque.


E diciamolo con attenzione clinica al fenomeno. Perché quello che sta succedendo alla psicologia assomiglia molto a quello che è già successo ai taxisti — e i taxisti, all'inizio, pensavano che Uber fosse solo un'app comoda.


Uber non ha inventato il trasporto. Ha inventato il modo di possedere i trasportatori senza assumerli.


Niente contratto, niente ferie, niente malattia, niente rappresentanza. Solo un'app, una valutazione a stelle, e la promessa che "sei libero". Libero come un subappaltatore eterno.


Poi è arrivato Glovo. E il cibo non lo cucini tu, ma lo consegni tu — in bici, sotto la pioggia, con uno zaino termico arancione che ha il logo di qualcun altro.

Il prodotto cambia. Il modello no.


Adesso pensa a cosa succede quando il prodotto da consegnare non è una pizza, ma una seduta di psicoterapia. Quando il domicilio non è casa tua, ma lo studio di Unobravo o di Serenis — con il loro logo sul muro, la loro reception, il loro sistema di prenotazione.


La cura a domicilio. Solo che il domicilio è loro.


Il modello dell'intermediazione estrattiva

Unobravo non ha inventato la psicoterapia. Ha inventato il modo di erogare psicologi (ripreso da modelli americani).

I professionisti che lavorano su queste piattaforme non sono dipendenti — e quindi non hanno le tutele dei dipendenti. Ma non sono nemmeno liberi professionisti nel senso pieno del termine — perché il cliente non è loro, è della piattaforma. Il brand non è loro.

Non bastavano online. Adesso aprono gli spazi fisici.


Unobravo a Milano. Serenis, lo fa già da qualche mese. Un movimento coordinato — non per accordo tra loro, ma per logica di mercato. Quando una piattaforma capisce che il canale online ha un tetto, espande nell'unico territorio che resta: il corpo, lo spazio, la presenza.


Quello spazio che fino a ieri era l'unica cosa che le piattaforme non potevano toccare.

Adesso quella pubblicità — "con uno dei nostri psicologi" — ha una valenza che vale la pena leggere bene.

Nostri.


Il modello è quello dell'intermediazione estrattiva: tu hai la competenza, io ho la visibilità, io ho il paziente, io ho il dato.


E alla fine, tu hai la parcella — che però decido io, sia chiaro.


L'asimmetria non è un concetto astratto — è misurabile

Da un lato: un'azienda con centinaia di migliaia di utenti, un brand riconoscibile, un sistema algoritmico opaco che decide chi riceve pazienti e chi no, e un ufficio legale che può ignorare una PEC per settimane senza conseguenze.


Dall'altro: un singolo professionista, con partita IVA, contributi ENPAP in aumento, e la consapevolezza silenziosa che protestare — anche solo firmare una richiesta collettiva per aprire un tavolo di confronto sui compensi — potrebbe costare caro. Non con un licenziamento, che sarebbe impugnabile. Con qualcosa di molto più sottile: l'algoritmo che smette di assegnarti pazienti.


Ne ho scritto più nel dettaglio in un articolo precedente — trenta euro lordi a seduta, una PEC ignorata, una collega che da un giorno all'altro cessa di ricevere invii — che puoi leggere qui: alessandrolombardo.it/post/trenta-euro-e-un-algoritmo. La storia è piccola, ma dice tutto.


Ma anche i medici lavorano per le cliniche, no?

Vero. Ma c'è una differenza sostanziale che vale la pena nominare.

Il medico specialista ha un mercato del lavoro plurale, regolamentato, con tutele contrattuali definite — e soprattutto ha una competenza che la struttura non può replicare facilmente. Un cardiochirurgo che lascia una clinica privata può andare al pubblico, può andare in un'altra clinica, può fare consulenze. La sua competenza è riconoscibile, certificata, richiesta in contesti diversi.


Lo psicologo che lavora per una piattaforma non ha costruito nulla se non la propria dipendenza mascherata da libero professionista. Ha costruito un profilo su una piattaforma, un po' come su Facebook o su Instagram. Non costruisce una reputazione propria.


Il paziente appartiene all'ecosistema digitale della piattaforma — i messaggi, la storia clinica, il canale di contatto, la fiducia iniziale generata dall'algoritmo di matching. Se domani quello psicologo se ne va, il paziente resta. O peggio: non sa nemmeno come cercarlo fuori. Anche perché gli è proibito.


È una dipendenza che si installa gradualmente, mentre sembra una comodità. E più le piattaforme crescono — online, e adesso offline — più la via d'uscita si restringe.


Non è la prima volta. E non riguarda solo noi.

La grande distribuzione ha fatto al commercio al dettaglio esattamente quello che le piattaforme stanno facendo alla psicologia: ha aggregato, standardizzato, abbassato i prezzi per l'utente finale, e nel processo ha svuotato dall'interno chi produceva e vendeva. Il piccolo negoziante non è stato eliminato con un atto ostile. È stato reso semplicemente irrilevante — perché non poteva competere su scala, su prezzo, su visibilità.


Amazon ha ripetuto lo stesso schema nel digitale. Con una precisione ancora maggiore, perché l'infrastruttura è invisibile e globale.


Spotify ha fatto lo stesso con la musica: ha democratizzato l'ascolto, ha distrutto i compensi per chi produce. Un milione di stream vale poche centinaia di euro per l'artista. L'accesso esplode, la remunerazione crolla.


Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, che anche noi siamo dentro questo processo. In pieno. Non ai margini, non come caso eccezionale perché "la terapia è una cosa diversa". Siamo esattamente nel mezzo della stessa trasformazione — con la differenza che il prodotto che viene standardizzato, aggregato e redistribuito è la relazione clinica.


Il paradosso della democratizzazione

La trasformazione è in atto. Non sta per cominciare. È già cominciata.

E l'Italia, in questo, sta diventando un caso di studio a livello internazionale. Non per eccellenza. Per la velocità con cui una professione intera si sta lasciando depauperare — nei compensi, nell'autonomia, nel controllo sulla relazione clinica — senza che nessuna istituzione abbia ancora trovato le parole per dirlo chiaramente.


C'è un paradosso al cuore di tutto questo. Il digitale nasce con una promessa precisa: democratizzare l'accesso, disintermediare la conoscenza, abbattere le barriere tra chi sa e chi cerca. E in parte quella promessa l'ha mantenuta. Ma lo stesso processo che abbatte le barriere crea le condizioni per la concentrazione: chi controlla l'infrastruttura digitale — la piattaforma, l'algoritmo, il brand — finisce per controllare tutto il resto. La democratizzazione dell'accesso e il monopolio della relazione non si escludono. Convivono, nello stesso modello di business.


Sono temi che meritano una riflessione collettiva — tra colleghi, fuori dai gruppi WhatsApp e dai corridoi dei convegni. Per questo ne parleremo in un webinar open mic, uno spazio aperto di confronto su questi cambiamenti. Appena pronto, comunico la data.


Queste riflessioni sono in corso. Proseguiranno.

1 commento


Ospite
4 ore fa

Gentile collega, queste riflessioni sono preziose e le sto condividendo con altri colleghi. La scelta di certo parte da noi e, forse, anche da un Ordine che paghiamo ma potrebbe fare di più per rendere la nostra categoria più forte sotto ogni punto di vista. Cosa ne pensi? Un caro saluto e grazie per questo articolo.

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