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Possiamo ereditare il trauma dei nostri genitori? Cosa dice davvero l'epigenetica

  • Immagine del redattore: Alessandro Lombardo
    Alessandro Lombardo
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 6 min



L'idea che il trauma possa "passare" da una generazione all'altra è diventata popolarissima negli ultimi anni — al punto da circolare nei talk show, nei reel, nei discorsi della domenica come se fosse acquisita. Lo è, in parte. E in parte no. È uno di quei territori in cui il rigore scientifico e il pop-mistico si toccano, e a noi clinici tocca tenere la distinzione. Ho letto la review uscita su Frontiers in Psychiatry nell'aprile 2026 — Kac, Qi e Ryznar, Epigenetic changes associated with multi-generational trauma — e provo a tirare qualche filo.


Una distinzione che cambia molto: intergenerazionale vs transgenerazionale

La prima cosa che la letteratura chiede di fare, e che nei discorsi divulgativi salta quasi sempre, è distinguere due cose diverse.

Il trauma intergenerazionale descrive gli effetti osservati nei figli di genitori esposti a un evento traumatico. C'è quindi un genitore che ha vissuto qualcosa, e c'è un figlio che riporta — biologicamente, comportamentalmente, psicologicamente — qualche correlato di quell'esposizione. Il figlio non ha vissuto direttamente l'evento, ma è entrato in contatto con i suoi effetti attraverso la gravidanza, il rapporto, l'ambiente di accudimento.

Il trauma transgenerazionale è un'altra cosa: descrive effetti osservati in generazioni successive — nipoti, pronipoti — senza esposizione diretta né del soggetto né dei suoi genitori. Qui le cose si fanno più complicate, e le evidenze più sottili. Confondere i due livelli significa fare un salto epistemico enorme, e nel discorso pubblico questo salto si fa quasi sempre.


Cosa sta succedendo nei geni: il livello che chiamiamo epigenetica

L'epigenetica studia le modifiche dell'espressione genica che non alterano la sequenza del DNA. Pensateli come interruttori: il codice resta lo stesso, ma alcuni geni vengono "letti" più o meno intensamente. Il meccanismo più studiato è la metilazione del DNA — gruppi metile che si attaccano a specifici tratti e ne modulano l'attivazione.

Negli individui esposti a trauma, gli autori segnalano variazioni ricorrenti in alcune famiglie di geni. Tra le più documentate ci sono quelle dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), il sistema che regola la nostra risposta allo stress. Geni come NR3C1 (recettore dei glucocorticoidi) e FKBP5 (regolatore della sensibilità a quei recettori) mostrano pattern di metilazione alterati nei sopravvissuti a eventi traumatici gravi e, in alcuni studi, anche nei loro figli. Altri pathway che ricorrono riguardano la segnalazione immuno-infiammatoria, lo sviluppo neurale, la programmazione metabolica.

Qui serve una cautela. Variazioni di metilazione associate a esposizione traumatica non significa causa unica della patologia nei figli. Significa che esiste una correlazione biologicamente plausibile, in un sistema che è enormemente più ampio.


Tre tipi di trauma, tre profili biologici diversi

Una delle cose più interessanti della review è la distinzione tra trauma acuto, cronico e complesso, ognuno con un profilo biologico riconoscibile.

Il trauma acuto — disastri naturali, incidenti, atti terroristici, lutti improvvisi — tende ad attivare prevalentemente la segnalazione dello stress e quella infiammatoria, e quando avviene in gravidanza può influenzare la programmazione dello sviluppo fetale. Gli studi sulla tempesta di ghiaccio del Quebec, sul terremoto di Tangshan, sulle gravidanze esposte all'11 settembre sono ormai classici in questa letteratura. Mostrano correlati molecolari (variazioni in SCG5, NR3C1, FKBP5) e correlati clinici (lieve riduzione delle prestazioni cognitive, vulnerabilità ansioso-depressiva).

Il trauma cronico — violenza domestica prolungata, vita in zone di guerra, neglect, insicurezza alimentare, instabilità abitativa — produce qualcosa di diverso: un adattamento fisiologico cumulativo, una sorta di ricalibratura progressiva dei sistemi regolatori. Qui non c'è un singolo shock, c'è una pressione continua che modifica il "set point" dello stress.

Il trauma complesso — genocidi, violenza di guerra prolungata, trauma storico nelle comunità indigene, maltrattamento infantile — è quello con gli effetti più profondi e più documentati a livello intergenerazionale. Gli studi sui figli e nipoti dei sopravvissuti all'Olocausto, sul genocidio dei Tutsi, sulle scuole residenziali canadesi, sulla Holodomor mostrano pattern che attraversano due e talvolta tre generazioni: alterazioni dell'asse HPA, comportamenti di "modalità sopravvivenza" (ipervigilanza, accumulo di cibo, iper-controllo), aumentata vulnerabilità a PTSD, depressione, ansia.


Il dato che dovrebbe interrogarci

C'è un numero, in un editoriale recente del Lancet Regional Health – Europe (luglio 2025), che andrebbe tenuto sulla scrivania di chiunque lavori in salute mentale: nel 2024, una persona su otto è stata stimata esposta a un conflitto armato, e circa due miliardi di persone sono state esposte al trauma della guerra. Una cifra destinata a crescere, viste le guerre in Ucraina, a Gaza, e ora tra Israele e Iran.

Il bilancio fisico delle guerre è immediato e visibile. Quello psicologico, e soprattutto quello intergenerazionale, è invisibile per definizione: non lo conti il giorno dopo la tregua, lo conti nei figli e nei nipoti, vent'anni o quarant'anni dopo. La Polonia, che durante la Seconda Guerra Mondiale perse il 17% della popolazione, oggi ha uno dei tassi di PTSD più alti al mondo, con sopravvivenza dell'effetto fino alla terza generazione. Non è folklore: è una conseguenza misurabile.

Il caregiving come canale, non solo l'epigenetica

E qui torna il rigore. Una delle critiche metodologiche più serie alla narrazione popolare dell'eredità del trauma è che attribuisce tutto al biologico — DNA, metilazione, sperma con piccoli RNA modificati — quando in realtà i dati mostrano che il caregiving fa moltissimo del lavoro.

Genitori traumatizzati tendono a sviluppare pattern di accudimento alterati: iper-controllo, ritiro emotivo, inversione di ruolo, oscillazioni tra calore e distanza, difficoltà a leggere i segnali del figlio. Sono pattern documentati nei figli dei sopravvissuti all'Olocausto, del genocidio cambogiano, di quello ruandese, e in modo trasversale in tutti gli studi sulla violenza interpersonale prolungata. È attraverso questi pattern — e non solo attraverso la metilazione — che gran parte degli effetti si trasmette.

Detto altrimenti: il trauma intergenerazionale non è solo un'eredità biologica. È un'eredità relazionale che usa anche un canale biologico. Tenere fermi entrambi i livelli evita due errori opposti: il riduzionismo neuro-determinista ("è scritto nei tuoi geni"), e lo spiritualismo dell'eredità invisibile ("porti il dolore dei tuoi antenati senza saperlo").


Le controversie che la review nomina apertamente

Gli autori sono onesti su tre limiti che meritano di stare nel discorso clinico.

Il primo è che gli studi hanno spesso campioni piccoli, definizioni di trauma molto diverse tra loro, e poche coorti realmente multigenerazionali. Replicare i risultati è difficile. Variabili confondenti come povertà, accesso alle cure, contesto culturale possono spiegare buona parte di quello che attribuiamo a meccanismi epigenetici.

Il secondo è che la maggior parte dell'evidenza meccanicistica più forte viene da modelli animali, dove si possono fare esperimenti che nell'umano sono impossibili. Quando si passa dall'umano, le inferenze causali si indeboliscono parecchio.

Il terzo, il più scomodo per il discorso pop, è che la trasmissione transgenerazionale vera e propria (oltre la prima generazione, in assenza di esposizione di entrambi i genitori) resta poco dimostrata negli umani. Esistono indizi, esistono pattern coerenti, ma il salto dalla seconda alla terza generazione, fatto solo per via biologica, è ancora terreno aperto.


Cosa significa per noi, nella pratica

Per chi fa clinica, qualche consapevolezza operativa.

I pazienti che leggono questa letteratura su Instagram arrivano in studio con una narrazione spesso semplificata: "porto un trauma che non è mio". Il nostro lavoro non è smontare quella narrazione — a volte è un'apertura preziosa — ma renderla utile clinicamente, distinguendo tra eredità biologica plausibile, eredità relazionale documentabile, e identificazione fantasmatica con le storie familiari.

L'anamnesi famigliare nei primi colloqui dovrebbe sempre includere, quando ci sono indizi, l'esposizione delle generazioni precedenti a eventi storici di larga scala: migrazioni forzate, guerre, perdite traumatiche, povertà estrema, violenza politica. Non per fare diagnosi, ma per ampliare il campo dei significati possibili.

Il caregiving — il proprio, quello ricevuto, quello agito sui figli — resta il punto più modificabile e quindi più clinicamente rilevante. Se la trasmissione passa anche per come si è stati accuditi e per come si accudisce, allora la terapia può intervenire lì, e funziona. Le evidenze sugli interventi familiari per ridurre la trasmissione del trauma sono incoraggianti, anche se eterogenee.

Infine, una posizione personale: la frase "il trauma si eredita" è troppo netta per essere vera, e troppo evocativa per essere ignorata. Stiamo nel mezzo, con le pinze. È un'area dove la ricerca è seria ma in corso, e dove un linguaggio impreciso può fare danno — al paziente, al campo, e alla credibilità di chi sta cercando di lavorarci con rigore.


Lo studio originale è disponibile open access su Frontiers in Psychiatry (Kac, Qi, Ryznar, 2026), e l'editoriale del Lancet Regional Health – Europe sulla Polonia, da cui ho preso i numeri sulla guerra nel 2024, è anch'esso aperto. Vale la pena leggerli prima di parlare di queste cose ai pazienti.

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