Online si sente?
- Alessandro Lombardo
- 8 ore fa
- Tempo di lettura: 10 min
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C’è quel pensiero consolidato per cui tra vicini di casa ci si saluta ma è meglio non compromettersi troppo, non si sa mai. Il condominio è notoriamente il regno della distanza educata, quando va bene. |
Eppure, qualche tempo fa ho incrociato un mio vicino di casa nel condominio dove abito, a Torino. gli ho chiesto come andava. Mi ha detto: non bene. Ho intuito. Gli ho fatto le condoglianze. E poi, nel salutarlo, l’ho abbracciato. Gli ho detto forza, coraggio, ci vuole tempo, questa è la vita. Era mancata la sua mamma. |
Io di questo vicino conosco solo il nome, il cognome, e so che a che piano abita. Stop. Non so altro. |
Nel luogo della non-relazione per eccellenza, un abbraccio. Nel posto dove non ci si compromette. Proprio lì, in quel contesto di distanza sociale codificata, è accaduto qualcosa che online non sarebbe mai potuto accadere. Non l’abbraccio in sé — ma tutto quello che lo ha reso possibile: il portone, il caso dell’incrociarsi, la faccia stravolta che vedi e non puoi ignorare, i corpi nello stesso spazio, e poi il gesto che arriva prima della decisione. Non ho deciso di abbracciarlo. L’abbraccio è accaduto perché eravamo lì. |
E questa cosa mi ha fatto pensare, per un’analogia forse bizzarra ma che sento profondamente vera, a quello che stiamo facendo con la terapia online. |
Carla |
Devo fare un passo indietro e parlare di Carla, che è stata la mia analista. Ho iniziato il mio percorso analitico per il vero e unico buon motivo per cui si inizia: stavo male. Peraltro il primo appuntamento l’avevo saltato. Me l’aveva preso un’amica, un’infermiera in psichiatria, e io, mi ero dimenticato di averlo quell’appuntamento, nel più classico degli atti mancati. Sono andato comunque, anche se in ritardo, e da lì è iniziato quello che è stato il mio percorso di analisi. Nove anni. |
Nove anni in cui Carla mi è entrata dentro in un modo che ha a che fare con il tempo, con il corpo, con la presenza, il mio, è quello di Carla. L’ho vista invecchiare. Sempre più fragile, con delle patologie che pian piano sono arrivate, non ci vedeva più bene, camminava a fatica verso la fine. Ora non so neanche più se è ancora viva. Me lo chiedo, ma forse non lo voglio neanche sapere. |
Ecco: mi chiedo se l’online abbia quella potenza. Quella capacità di entrarti dentro come può entrarti un rapporto terapeutico vissuto nella presenza, settimana dopo settimana, anno dopo anno, corpo a corpo, come due danzatori. |
Il terapeuta non come funzione, non come volto in un riquadro — ma come persona che invecchia davanti a te, e tu davanti a lei. E mi chiedo se possano ancora esistere percorsi così — di nove anni, di quella profondità — in un setting online. E ancora di più me lo chiedo dentro le logiche delle piattaforme, dove non è nemmeno il tuo terapeuta, ma un operatore dentro un sistema che deve generare profitto, non individuazione. |
Il rituale che non vediamo più |
Quando pensiamo alla transizione dal setting in presenza a quello online, tendiamo a ragionare in termini di contenuto: il colloquio, le parole, la relazione terapeutica, le tecniche. Ci chiediamo se l’alleanza regge, se l’empatia passa attraverso lo schermo, se il lavoro è “abbastanza buono”. Sono domande legittime. Ma forse cguardiamo nella direzione sbagliata. |
Perché c’è qualcosa che nel passaggio all’online abbiamo perso e che non stiamo nemmeno nominando: la dimensione rituale del recarsi dal terapeuta. |
Uscire di casa. Attraversare la città. Entrare in un portone, salire delle scale, sedersi in una sala d’attesa. Varcare una soglia. Tutto questo non è cornice, non è logistica, non è il prezzo da pagare per accedere alla terapia. È già terapia. È un rituale di passaggio nel senso più pieno del termine: separazione dallo spazio quotidiano, attraversamento di una soglia, ingresso in uno spazio-tempo altro, diverso e differente da quello ordinario. E poi, alla fine, il ritorno alla quotidianità. |
Se elimini il rituale, elimini il passaggio |
Arnold van Gennep ci ha insegnato che ogni rituale di passaggio ha una struttura tripartita: separazione, margine, riaggregazione. Il punto cruciale — e spesso frainteso — è che per van Gennep il rituale non è un ornamento culturale. È il meccanismo stesso della transizione. Senza la struttura rituale, il passaggio da uno stato all’altro semplicemente non si compie. La persona resta sospesa, né di qua né di là. |
Victor Turner ha ripreso e radicalizzato questa intuizione. In The Ritual Process ha introdotto la distinzione tra liminale e liminoide: nelle società post-industriali, i rituali autentici — obbligatori, collettivi, trasformativi — si indeboliscono e vengono sostituiti da esperienze liminoidi, volontarie, individuali, e spesso prive della forza trasformativa del rituale originario. Turner era esplicito: le società contemporanee soffrono di una carenza di liminalità strutturata. Il risultato è un limbo permanente. Transizioni incompiute. Passaggi mai attraversati. |
Ecco il punto che dovrebbe interrogarci: se elimini un rituale di passaggio, non elimini il rituale. Elimini il passaggio. E questo, nella transizione al setting online, sembra non esserci chiaro. |
La cifra del contemporaneo: l’evitamento |
Ma qui bisogna andare più in profondità. Perché la scomparsa dei rituali non è un incidente. Non è un effetto collaterale della tecnologia. È qualcosa di più strutturale e, se vogliamo, di più inquietante. |
La cifra caratterizzante del mondo contemporaneo è l’evitamento. Ma evitamento da cosa? Dalle emozioni. Dalla capacità di viverle, sentirle e, in ultima analisi, sostenerle. |
Il rituale, per sua natura, obbliga a stare dentro qualcosa. Richiede corpo, tempo, soglia, esposizione. È strutturalmente incompatibile con l’evitamento. Pensate a cosa implica il recarsi dal terapeuta: devi uscire di casa, attraversare la città, entrare in uno studio, sederti di fronte a qualcuno, in un corpo che non puoi silenziare. C’è un’esposizione concreta, sensoriale, che precede qualunque parola. Il rituale è già lavoro emotivo prima ancora che la seduta cominci. Non è percorso protetto dall’impoderabilità dell’incontro, anzi, espone a questo rischio, che è elemento necessario perché ogni rituale possa definirsi rituale. Senza rischio, senza imponderabile, non può esserci ritualità. |
L’online, in questa chiave, non è però semplicemente un’alternativa logistica. È una forma socialmente accettata di riduzione dell’esposizione. Resti nel tuo spazio. Controlli l’inquadratura. Puoi spegnere la telecamera. L’uscita di sicurezza è sempre a portata di mano. E un rituale con un’uscita di sicurezza permanente non è un rituale. |
Questo si inserisce in un pattern molto più ampio. Le dating app che evitano il rischio del rifiuto in presenza. Le comunicazioni asincrone che evitano la tensione del confronto in tempo reale. Il doom scrolling come regolazione emotiva passiva. Tutto il design tecnologico contemporaneo sembra costruito per minimizzare l’attrito emotivo — che è esattamente ciò che i rituali massimizzano di proposito. |
Il paradosso è che la psicoterapia dovrebbe essere esattamente il luogo dove impari a non evitare. E il setting online rischia di essere già, nella sua struttura, una concessione all’evitamento. |
Mi senti? |
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: ma non è vero che online non si sente. Chi non si è messo a piangere davanti a un film? Chi non ha riso leggendo un libro? Chi non è stato preso dalla nostalgia ascoltando una canzone? In tutti questi casi siamo in condizioni di non-presenza, eppure il corpo risponde, le emozioni si attivano, la propriocezione funziona. |
L’obiezione è corretta. Sarebbe intellettualmente disonesto dire il contrario. Ma allora: cosa distingue la terapia online dal piangere davanti a un film? |
Credo che la differenza stia in un punto solo, ma decisivo: la pretesa. |
Il film, il libro, la canzone non fingono di essere un incontro. Sai che sei solo. Sai che l’emozione che provi è tua, nel tuo spazio, e che dall’altra parte non c’è nessuno che ti sta vedendo sentire. Non c’è un’illusione relazionale — c’è un’esperienza estetica che ti attraversa, e tu lo sai. |
La terapia online invece pretende di essere un incontro. Simula le condizioni dell’incontro — due volti, due voci, un appuntamento, un saluto — ma lo fa in un regime di assenza reciproca mascherata da presenza. E qui sta il problema: non è che manchi l’emozione. È che manca la testimonianza incarnata dell’emozione. In presenza, quando piangi davanti al terapeuta, il terapeuta è lì — nel senso che il tuo pianto accade in uno spazio condiviso, respirato insieme. Online, il tuo pianto accade nel tuo salotto e il terapeuta lo osserva da un riquadro. Tu senti, ma senti da solo credendo di non essere solo. |
Il film non ti mente sulla distanza. La terapia online sì. E una distanza su cui ti hanno mentito non la puoi elaborare, perché non sai di averla. |
Può esistere una ritualità online? |
Arriviamo allora alla domanda: non possiamo costruire nuove ritualità online? La risposta, credo, è no. E il motivo è strutturale, non tecnologico. |
Il rituale richiede almeno tre condizioni che l’online erode sistematicamente. |
La prima è l’intenzionalità incarnata. Il rituale chiede al corpo di fare qualcosa di diverso dal quotidiano: spostarsi, vestirsi, attraversare una soglia fisica. Online, il corpo resta esattamente dov’è. Fai terapia dalla stessa sedia da cui ordini la cena e guardi una serie. Non c’è discontinuità somatica, e senza discontinuità non c’è sacralizzazione dello spazio-tempo. |
La seconda è la non reversibilità del gesto. Quando esci di casa e vai dal terapeuta, hai compiuto un atto. Sei andato. Online puoi collegarti e scollegarti con la stessa facilità con cui apri e chiudi una tab. L’estemporaneità dell’incontro online è esattamente questo: tutto è revocabile, tutto è leggero, niente ha il peso specifico del gesto compiuto. E il rituale è peso specifico. |
La terza è la distanza reale. Il rituale funziona perché gestisce una distanza vera — tra il profano e il sacro, tra il prima e il dopo, tra chi eri e chi stai diventando. L’online simula prossimità eliminando la distanza, e così facendo elimina anche la possibilità di attraversarla. Sei vicinissimo allo schermo e lontanissimo dall’incontro. La finta vicinanza non è vicinanza ridotta: è distanza mascherata. E una distanza che non sai di avere non la puoi attraversare. |
Il setting che produce ciò che dovrebbe curare |
C’è un punto su cui non possiamo più far finta che sia uguale. Non si tratta solo del fatto che l’online accomodi l’evitamento. Il problema è più grave: l’online lo produce. Facendo terapia online, stiamo lavorando per costruire personalità e contesti evitanti. |
Il setting stesso diventa iatrogeno rispetto all’evitamento. Un terapeuta che lavora online sta, strutturalmente, insegnando al paziente che si può fare il lavoro emotivo più importante della propria vita senza mai uscire non dalla propria zona di comfort, ma proprio da casa propri. Senza mai spostarsi. Senza mai attraversare una soglia. Senza mai esporsi alla presenza reale dell’altro, sta costruendo esattamente ciò che dovrebbe trattare: l’evitamento. |
E non si tratta di una svista. Si tratta di un paradosso clinico che dovremmo avere il coraggio di nominare: il medium è il messaggio, diceva McLuhan. E il messaggio del setting online è che puoi evitare l’incontro e chiamarlo comunque terapia. |
Le patologie dell’evitamento le conosciamo |
D’altra parte, le patologie dell’evitamento non sono un’ipotesi teorica. Le conosciamo bene. Pensiamo alla fenomenologia dell’hikikomori: l’isolamento dal mondo degli adolescenti, quel ritiro che sappiamo essere, bene o male, un attacco al corpo. E se ci pensiamo, è il corrispettivo maschile dell’anoressia, del disturbo alimentare che è a prevalenza femminile. |
Il nucleo è lo stesso. L’anoressica sottrae il corpo al mondo rendendolo invisibile, facendolo sparire. L’hikikomori sottrae il mondo al corpo, chiudendosi in una stanza. In entrambi i casi il corpo come luogo dell’incontro con l’altro viene neutralizzato. La fenomenologia cambia a seconda del genere — più interiorizzata e autodistruttiva nella prevalenza femminile, più relazionale e spaziale in quella maschile — ma il gesto fondamentale è lo stesso: rendere impossibile l’attraversamento. |
E qui si chiude un cerchio che dovrebbe preoccuparci. Ci allarmiamo per un adolescente che non esce dalla sua stanza. Giustamente. Se vediamo un ragazzo che non incontra gli amici, che non esce, che tende a evitare gli incontri — anche senza arrivare agli estremi — ci preoccupiamo. Eppure non ci allarmiamo per un sistema terapeutico che strutturalmente non chiede mai di uscire dalla stanza. L’hikikomori è la forma estrema di ciò che il setting online normalizza in forma morbida: puoi fare le cose più importanti della tua vita senza mai uscire dalla tua stanza. |
La terapia come spettacolo televisivo |
C’è poi una domanda che merita di essere posta: non stiamo facendo diventare la terapia uno spettacolo da viversi in TV? |
Lo schermo trasforma tutto in qualcosa che si guarda. E chi guarda non attraversa — assiste. La televisione ti porta vicino alle emozioni, te le fa vedere, a volte te le fa provare, ma poi chiudi e sei esattamente dove eri prima. Nessun passaggio è avvenuto. Se la terapia online funziona con la stessa grammatica dello schermo, allora stiamo trasformando il processo terapeutico in un’esperienza di consumo emotivo: intensa nel momento, ma senza residuo trasformativo. |
Un’esperienza che porta vicino ma pone poi subito una distanza. Questa oscillazione tra vicinanza e distanza non è un difetto tecnico: è la struttura stessa dello schermo. Lo schermo per definizione mostra e separa contemporaneamente. È una porta che sembra aperta ma è un vetro. Puoi vedere tutto, sentire tutto, ma non puoi attraversare. |
Quindi: se la terapia diventa spettacolo, il paziente cosa diventa? Spettatore della propria guarigione. Qualcuno che guarda il proprio processo da una distanza sicura, senza mai dover entrare davvero in scena? |
Le due stanze |
E c’è, a mio parere, un ulteriore livello che riguarda le piattaforme. Perché un conto è la terapia online fatta con il proprio psicoterapeuta, dove il rapporto è uno a uno, dove la scelta è tua. Un altro conto è quando c’è un terzo istituzionale che media il rapporto, con le sue logiche, i suoi algoritmi, le sue clausole. |
Con le piattaforme non hai una ma due stanze da cui non esci. La prima è la tua stanza fisica — quella da cui il setting online non ti chiede mai di uscire. La seconda è la stanza della piattaforma stessa, che è progettata perché tu ci resti dentro. Se vuoi portare la relazione fuori, se vuoi seguire il tuo terapeuta altrove perché il legame è diventato significativo, stai “uscendo dal contesto istituzionale”. E questo è sanzionato: con penali, con clausole, con la struttura stessa del sistema. |
Non è più evitamento spontaneo. È evitamento istituzionalizzato, reso modello di business. La piattaforma ha bisogno che tu resti cliente, non che tu guarisca e te ne vada. È una logica di retention, non di cura. |
C’è un grande ’ironia in tutto questo: ci preoccupiamo dell’adolescente chiuso nella sua stanza, ma investiamo milioni in piattaforme che trasformano il “restare chiusi” in un servizio in abbonamento. |
L’ultime scomode domande |
Sia chiaro: il tema non è online sì o online no. Le mie sono riflessioni nel merito. Non giudicanti. O meglio: sì, lo sono. Io non faccio terapia online. Non la svolgo online. E il motivo è sostanzialmente quello per cui sto raccontando queste cose. |
Non sto dicendo che la terapia online non funzioni. Funziona. Ma funziona in un regime impoverito di una dimensione che forse è proprio quella rituale-trasformativa. E poi, ancora, il funzionare, da quando è misura di tutte le cose? |
Un altra domanda che dovremmo porci non è se l’online sia “abbastanza buono”, ma cosa esattamente abbiamo accettato di perdere, e se quella perdita non corrisponda, in ultima analisi, a una resa culturale più ampia: la resa all’evitamento come forma di vita. |
Perché se la cifra del contemporaneo è l’evitamento delle emozioni, e se i rituali sono la struttura che storicamente ci ha obbligato ad attraversarle, allora la scomparsa dei rituali non è un danno collaterale. È il sintomo centrale. |
E la psicoterapia, che dovrebbe essere il luogo dove impariamo a stare dentro ciò che vorremmo evitare, rischia di diventare — nel suo setting online — un’altra forma, socialmente accettata e professionalmente legittimata, di evitamento. |
Queste riflessioni sono in corso. Proseguiranno. |


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