"Mia madre è venuta a trovarmi stanotte" — Allucinazioni nel lutto e psicologia
- Alessandro Lombardo
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
C'è una cosa che i pazienti in lutto dicono quasi sottovoce, guardando un punto fisso sul pavimento. «Lei è ancora qui. La sento.» Poi alzano gli occhi e aggiungono subito: «So che è impossibile. So che è il dolore.»
Quella scusa immediata — quella piccola capitolazione preventiva — mi dice qualcosa di preciso. Non sulla sanità mentale del paziente. Sul messaggio implicito che la psicologia gli ha mandato.
Il dato che quasi nessuno conosce
Circa il 40-80% delle persone che hanno perso un partner riferisce di aver percepito la sua presenza dopo la morte. Non in senso metaforico. In senso sensoriale: la voce, il profumo, una sensazione tattile. Alcune persone lo vedono.
Kamp et al. (2021, Omega) hanno intervistato 310 adulti danesi tra i 6 e i 10 mesi dalla perdita del coniuge: il 42% aveva vissuto almeno un'esperienza sensoriale del defunto. La maggioranza l'aveva trovata confortante. Una parte l'aveva condivisa con familiari o amici. Quasi nessuno ne aveva parlato con un professionista della salute mentale.
Quel silenzio non è banale. È il silenzio di chi sa — o teme — di essere giudicato.
Allucinazione, sì. Patologia, no
La parola allucinazione pesa. Ha dietro di sé decenni di psichiatria che la usa come indicatore di rottura con la realtà. Eppure le esperienze sensoriali del defunto (in inglese sensed experiences of the deceased, SED) hanno caratteristiche molto diverse dalle allucinazioni psicotiche.
Sono egodistoniche in senso contrario: non disturbano, confortano. Sono riconosciute come tali dalla persona — raramente vengono scambiate per realtà nel senso psicotico del termine. Sono transitorie, solitamente dense nei primi mesi, tendono a dissolversi. E hanno una funzione: Sabucedo et al. (2020, Transcultural Psychiatry) documentano come queste esperienze siano inserite in repertori culturali diversi, considerate normali e persino desiderabili in molte tradizioni, patologiche solo nell'Occidente clinico moderno.
Qui sta il punto che dovrebbe interrogarci.
La psicologia che patologizza il normale
Il lutto non è un disturbo. Ma per anni il DSM ha messo il lutto complicato così vicino alla depressione maggiore che i clinici giovani, formati in quella logica, faticano a distinguere. E quando un paziente riferisce di sentire ancora il defunto, la prima risposta clinica è spesso quella sbagliata: rassicurare, normalizzare come «meccanismo di coping», o — peggio — preoccuparsi in silenzio.
Nessuna delle due risposte incontra il paziente dove si trova.
Quello che il paziente sta vivendo non è una delusione da correggere né un sintomo da contenere. È un'esperienza che ha una logica interna precisa — neurologica, psicologica, relazionale. È il cervello che continua ad aspettarsi una presenza che è stata centrale per anni, decenni. Il continuing bond (Klass et al., 1996) non è una fase da superare: è una modalità legittima di elaborazione.
Cosa ci dice il cervello
La ricerca neuroscientifica sul feeling of presence — la sensazione di un'altra persona vicina — indica che queste esperienze nascono da pattern attivati nelle reti temporoparietali e frontali, le stesse che elaborano la presenza sociale. Il cervello continua a «prevedere» una presenza che ha imparato ad aspettarsi per anni. In assenza di conferma sensoriale, costruisce l'esperienza da solo.
Non è follia. È apprendimento.
Quello che possiamo fare
Prima di tutto, chiedere. I pazienti non parlano spontaneamente di queste esperienze perché sanno — o credono — che non siano il tipo di cosa che si porta in uno studio di psicologia. Bastano poche parole: «Alcune persone in lutto riferiscono di sentire ancora la presenza del proprio caro. È mai successo anche a lei?»
Quella domanda sola può cambiare la qualità di una seduta.
La ricerca suggerisce di inquadrare queste esperienze come fenomeni normali del processo di lutto — non come segnali di complicazione, non come difese da smantellare. Quando diventano disturbanti (ed è il caso di una minoranza), il lavoro clinico si concentra sul significato relazionale dell'esperienza, non sulla sua «correzione».
Il defunto che torna non è un problema da risolvere. È una relazione che cerca una nuova forma.


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