Dialogo - La previdenza degli psicologi
- Alessandro Lombardo
- 11 ore fa
- Tempo di lettura: 6 min
Enpap, contributi in aumento: cosa sappiamo (e cosa no) |
La notizia ha fatto rumore: la proposta di riforma della previdenza Enpap prevede un aumento delle percentuali contributive, dal 10% al 15% del soggettivo e dal 2 al 4% per l'integrativo. Le cifre definitive non ci sono ancora, ma l'impatto — per chi lavora come psicologo — c'è. Ho così deciso di organizzare un webinar per rispondere a tutte le domande circa la riforma: ne parliamo quindi con Federico Zanon, già nel CDA Enpap e oggi componente del CIG. Ecco la registrazione e un riassunto del dialogo. In questi giorni si parla molto — e spesso con toni allarmati — della proposta di riforma della previdenza degli psicologi. Contributi obbligatori più alti, un nuovo assetto dell'integrativo, un percorso graduale che durerà anni. Federico Zanon, che si occupa di previdenza dal 2008 e ha ricoperto il ruolo di vicepresidente di Enpap per dodici anni, ci aiuta a mettere ordine tra le informazioni, a capire cosa è già deciso, cosa è ancora aperto. Federico, partiamo dall'inizio. Come siamo arrivati fin qui? La storia è lunga. Io ho iniziato a occuparmi di previdenza nel 2008, sono diventato consigliere nel 2009, poi vicepresidente nel 2013 dopo lo scandalo di Via della Stamperia. Quando siamo entrati, Enpap era ridotta in macerie — dal punto di vista reputazionale e gestionale. Abbiamo iniziato un lavoro di riordino, e una delle prime cose che ci siamo detti è: prima di tutto, questa cassa deve fare pensioni. Dal 2015 siamo riusciti a riversare direttamente tutti i rendimenti degli investimenti sui montanti degli iscritti — una prima assoluta tra le casse di previdenza italiane. Nel 2017 abbiamo introdotto un altro strumento: invece di alzare subito i contributi obbligatori, abbiamo puntato sulle spinte gentili — i nudge — per incentivare la contribuzione volontaria. Nelle dichiarazioni annuali abbiamo preselezionato il 20% della contribuzione soggettiva come opzione di default. Perché proprio il 20%? Non è un numero a caso. Il 20% del reddito è quello che, matematicamente, in quasi tutti i sistemi previdenziali evoluti al mondo, serve per costruirsi una pensione che sostituisca adeguatamente il reddito. Lo dico non per fare terrorismo, ma perché è matematica previdenziale. Nei primi anni ha funzionato: le persone versavano di più. Poi, come è fisiologico con i nudge, l'effetto si è ridotto gradualmente. Oggi versa contributi volontari aggiuntivi tra il 10 e il 12% degli iscritti. Abbiamo provato con la formazione, con l'educazione finanziaria, con il simulatore previdenziale. Niente ha mosso il numero in modo significativo. Nel frattempo, abbiamo anche chiesto agli iscritti se avessero una pensione complementare esterna. Su 83.000 posizioni gestite, ha risposto il 74.000, e solo il 13% ha dichiarato di avere una previdenza integrativa. Gli psicologi non si stanno cautelando nemmeno con strumenti alternativi. Quindi la riforma era inevitabile. Era inevitabile da molto tempo. Già nel 2022 il Consiglio di Amministrazione aveva approvato i nuovi obiettivi generali della previdenza di categoria: bisognava lavorare sull'adeguatezza, bisognava arrivare a contributi che permettessero una pensione su cui si possa vivere. Questa consiliatura ha solo portato a compimento quel percorso, lavorando congiuntamente tra Consiglio di Indirizzo Generale e CDA. L'obiettivo scelto è portare le pensioni al 50% dell'ultimo reddito percepito. Oggi siamo fermi al 20%. Pensateci: vivere con un quinto di quello che si guadagna è impossibile. Io non riesco nemmeno a immaginarmela, una vita così. Cosa prevede concretamente la proposta? Ci sono due interventi distinti. Il primo riguarda il contributo soggettivo — quello che versate direttamente sul vostro montante — che passerebbe gradualmente dal 10% attuale fino al 15%, con un incremento di circa un punto percentuale all'anno. Si arriverebbe a regime intorno al 2032-2033, ma i tempi dipendono dall'approvazione ministeriale. Il secondo riguarda il contributo integrativo, quello che esponete in fattura ai clienti. Passerebbe dal 2% al 4%. Questo scatto avverrà in unica soluzione, per ragioni pratiche: gestire percentuali intermedie come 3% crea problemi a tutti i software gestionali. E il 2% aggiuntivo dell'integrativo dove va? La proposta prevede una divisione: l'1% va direttamente sulla pensione, diventa rendita vitalizia. L'altro 1% — se i ministeri lo approveranno, e io riconosco che è una proposta ardimentosa — dovrebbe costituire qualcosa di simile a un TFR per i liberi professionisti: un montante che, al momento del pensionamento, potresti ritirare in un'unica soluzione. Se hai versato bene, potrebbero essere alcune decine di migliaia di euro. Facciamo un po' di matematica previdenziale concreta. Quanto costa davvero una pensione? È un calcolo brutale, ma utile. Per avere 1.000 euro lordi al mese di pensione — che fanno circa 800 netti — servono 228.000 euro di montante complessivo (1.000 × 12 mesi × 19 anni di aspettativa di vita media). Di questi, circa 160.000 dovreste versarli voi in contributi nel corso di una carriera di 40 anni, il che fa circa 4.000 euro di contributi all'anno. Gli altri 70-80-90.000 euro li aggiunge Enpap con i rendimenti degli investimenti, a seconda di quanto si è bravi nel lungo periodo. Se invece andate in pensione a 67 o 68 anni anziché a 65, quella pensione da 1.000 euro diventa 1.200 o anche 1.300 euro, con gli stessi contributi. Enpap ha liberalizzato l'età pensionabile proprio per questo: ciascuno può regolarsi con il simulatore disponibile nell'area riservata del sito. Questa è la cosiddetta adeguatezza assoluta — superare la soglia di povertà. A Milano, per una persona sola, quella soglia è intorno ai 1.000 euro al mese. L'adeguatezza relativa — cioè avere in pensione una proporzione decente dell'ultimo reddito — è un obiettivo più ambizioso. Per arrivarci al 50% bisogna versare intorno al 15% del reddito. Per arrivare al 100% del reddito, bisogna versare intorno al 30%. Chi lavora in regime forfettario sarà impattato? Per chi è in regime forfettario, minimiì o in altri regimi agevolati: assolutamente nulla cambia. La riforma riguarda i contributi calcolati sul reddito, e se i regimi fiscali agevolati verranno mantenuti dallo Stato così come sono, l'impatto pratico è nullo. E più in generale, devo essere onesto: l'impatto reale di questa riforma è più psicologico che pratico. Un punto percentuale in più all'anno sul soggettivo è qualcosa a cui ci si abitua nel corso del tempo. Non è un aumento del 5% del giorno alla notte. Chi ha il mutuo ha quasi un anno per riorganizzare la propria situazione prima che qualcosa cambi davvero — e anche i mutui si rinegoziano. Quando entra in vigore? Cosa cambia subito? In questo momento non cambia assolutamente nulla. La proposta è stata votata dal CDA, verrà votata dal Consiglio di Indirizzo Generale, poi andrà ai ministeri competenti, che in genere si prendono circa un anno per approvare. Ottimisticamente, le prime variazioni potrebbero entrare in vigore nel 2027 — ma è una stima. Nella pratica, i colleghi sentiranno l'effetto sull'integrativo non prima del 2027-2028. E sul soggettivo la gradualità sarà di anni. Enpap comunicherà in modo capillare quando ci sarà qualcosa di ufficiale e definitivo da comunicare. Finché l'iter interno non è completato, l'ente non può dire nulla di definitivo — ed è giusto così. C'è chi accusa il timing di questa comunicazione. La riforma è uscita pubblicamente mentre l'iter interno non era ancora chiuso. È vero che non c'è mai un timing di comunicazione perfetto. Io parlo di pensioni basse e contributi insufficienti dal 2012, sul mio blog e sui social. Dal 2017 Enpap mette negli age dei banner grandi così: "La tua contribuzione è insufficiente per garantirti una pensione adeguata." Non è una novità. La comunità professionale aveva tutti gli elementi sul tavolo da anni. Poi, la notizia è uscita pubblicamente mentre il processo deliberativo era ancora in corso — ed è un timing in effetti precoce rispetto all'iter istituzionale. Però la comunità professionale ha il diritto di discuterne, ed è giusto che lo faccia. Quello che non aiuta è la narrativa dell'allarme improvviso su qualcosa che si preparava da dieci anni. Un'ultima domanda: i colleghi che lavorano sulle piattaforme online — come vengono tutelati su queste questioni? È un tema enorme su cui purtroppo c'è ancora pochissima tutela. Le piattaforme, per ragioni di marketing, tendono a incorporare il contributo integrativo nelle tariffe esposte, creando concorrenza sleale con chi invece deve mantenersi lo studio e versare il contributo separatamente. È uno sfruttamento silenzioso che colpisce soprattutto chi è all'inizio. I biologi si sono già mossi su questo fronte, con cause vinte e giurisprudenza consolidata: gli enti, le ASL, le cooperative sono tenute a corrispondere il compenso più il contributo integrativo. Per gli psicologi non esiste ancora quella giurisprudenza. Le piattaforme hanno avuto un ruolo positivo — hanno permesso a molti colleghi di iniziare a lavorare, di avere un bacino minimo di pazienti. Ma questo non può diventare una condizione strutturale di sfruttamento. Credo ci sia spazio per una negoziazione, non per un contenzioso. Quando arrivi in tribunale hai già perso tutti: queste cose si risolvono prima, attorno a un tavolo. Federico, per chi volesse approfondire la propria situazione previdenziale personale? Per le posizioni individuali — ricongiungimenti, cumuli, anni mancanti — il canale corretto è sempre Enpap direttamente. Io sono raggiungibile anche sui social per un primo orientamento, ma poi bisogna rivolgersi agli uffici che hanno accesso alla vostra posizione. Il simulatore previdenziale nell'area riservata del sito è uno strumento utile per capire le dinamiche, e vi consiglio di usarlo. Federico Zanon è psicologo, già vicepresidente di Enpap per dodici anni (2013–2025), fondatore del blog "La previdenza ai liberi professionisti" e voce di riferimento sul tema previdenziale nell'ambito della professione psicologica. |