top of page

Supporta il mio lavoro e iscriviti alla Newsletter Ariele

La teoria polivagale di Porges riletta criticamente: cosa regge e cosa no

  • Immagine del redattore: Alessandro Lombardo
    Alessandro Lombardo
  • 21 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

La teoria polivagale è ormai linguaggio comune nella formazione sul trauma: stato ventrale, stato simpatico, stato dorsale, neurocezione. Bessel van der Kolk l'ha resa popolare, Deb Dana l'ha tradotta in pratica clinica, migliaia di terapeuti la usano ogni giorno per spiegare ai pazienti perché il corpo si blocca.

Negli ultimi anni, però, un fronte compatto di neuroanatomisti e fisiologi comparati ha messo in discussione le fondamenta biologiche della teoria — e nel 2026 la discussione è arrivata a un nuovo picco, con un articolo che la definisce apertamente "insostenibile" e una replica altrettanto dura di Porges. Vale la pena separare cosa è in discussione da cosa non lo è.

Cosa regge: il valore clinico della cornice

La parte della teoria che i clinici usano di più — la lettura gerarchica delle risposte a una minaccia, dallo stato di sicurezza sociale fino al freeze più profondo, passando per l'attivazione simpatica — resta una cornice descrittiva efficace. Aiuta a normalizzare risposte corporee che il paziente vive come incomprensibili o vergognose, e a leggere il freeze non come debolezza ma come strategia difensiva.

Una revisione pubblicata su Developmental Psychobiology (Manzotti et al., 2024), che ha passato in rassegna 25 anni di ricerca sul tema, riconosce sia punti di forza che limiti reali: la cornice clinica regge meglio delle sue premesse neuroanatomiche di dettaglio.

Le critiche anatomiche: cosa dice la neuroanatomia

Il punto più contestato riguarda l'anatomia dei nuclei del nervo vago. Neuhuber e Berthoud (2022), su Biological Psychology, sostengono che la teoria descrive in modo scorretto la comunicazione tra i nuclei branchiomotori del tronco encefalico e la porzione visceromotoria del nucleo ambiguo, e che il "complesso vagale ventrale" come lo definisce Porges attribuisce al vago funzioni che, anatomicamente, non gli competono in modo così diretto.

Sul lato opposto, quello del ramo dorsale, gli stessi autori affermano che le evidenze non sostengono il ruolo del nucleo motorio dorsale nel comportamento di freeze così come viene proposto dalla teoria.

Il problema della misura: la variabilità respiratoria del battito cardiaco

Gran parte della pratica clinica ispirata alla teoria polivagale poggia sull'idea che la variabilità respiratoria del battito cardiaco sia un indicatore diretto del tono vagale — più alta è, più regolazione ventrale ci sarebbe.

Grossman e Taylor (2007), e più di recente Grossman (2023) su Biological Psychology, mostrano che questa misura è influenzata anche da variabili respiratorie e da influenze simpatiche, non solo vagali: usarla come proxy pulito del tono vagale è, secondo questi autori, metodologicamente fragile.

La dicotomia rettili-mammiferi non regge come pensavamo

Un altro pilastro della teoria è evolutivo: il ramo dorsale del vago sarebbe più antico e condiviso con rettili e anfibi, il ramo ventrale una conquista esclusivamente mammifera legata alla socialità.

Monteiro e colleghi (2018), su Science Advances, hanno trovato negli pesci polmonati fibre vagali mielinizzate identiche a quelle che la teoria considera esclusive dei mammiferi — un dato che complica seriamente la scansione evolutiva proposta. Doody, Burghardt e Dinets (2023) aggiungono che la stessa dicotomia comportamentale "rettili asociali, mammiferi sociali" non regge di fronte ai dati etologici disponibili: molte specie di rettili mostrano comportamenti sociali complessi.

Un dibattito aperto, non un verdetto definitivo

Porges non è rimasto in silenzio. Nella sua replica del 2025 su Clinical Neuropsychiatry sostiene che la teoria ha generato previsioni testabili e verificate, e definisce le critiche di Grossman e Taylor come letture parziali che trascurano la struttura gerarchica del sistema nervoso autonomo. Nel 2026 la disputa si è ulteriormente inasprita: un nuovo lavoro di Grossman e colleghi ha riproposto l'insieme delle critiche in forma più sistematica, e Porges ha risposto sostenendo che il testo attacca una versione ricostruita e semplificata della teoria, non quella effettivamente pubblicata.

Restare aggiornati su questo scambio è utile proprio perché è ancora aperto: non stiamo parlando di una teoria "sfatata" in modo definitivo, né di una teoria confermata. Stiamo parlando di un impianto teorico le cui premesse neuroanatomiche ed evolutive sono, allo stato attuale della letteratura, fortemente contestate da una parte consistente della comunità di fisiologi comparati.

Cosa significa per noi, nella pratica

Separare la cornice clinica dalle sue giustificazioni biologiche. Il modello gerarchico di risposta alla minaccia resta utile in seduta anche se le premesse anatomiche ed evolutive che dovrebbero sostenerlo sono in discussione: sono due piani diversi, e vale la pena trattarli come tali con i pazienti e in formazione.

Non presentare la variabilità cardiaca respiratoria come un biomarcatore vagale validato. Se la usiamo in contesti di biofeedback o psicoeducazione, è più corretto parlare di un indicatore di regolazione fisiologica generale, non di "tono vagale" in senso stretto.

Evitare affermazioni evolutive nette nella psicoeducazione. Frasi come "il tuo cervello rettiliano" o "il ramo più antico del vago" semplificano oltre quello che la ricerca comparata oggi sostiene.

Tenersi aggiornati sul dibattito, non fermarsi alla prima formazione ricevuta. Chi ha studiato la teoria polivagale anni fa in un corso di formazione probabilmente non conosce le critiche più recenti: vale la pena tornarci sopra periodicamente, soprattutto se la si insegna ad altri.

Una teoria utile, un impianto biologico da verificare

Trovo interessante che il dibattito più acceso riguardi proprio i clinici che usano la teoria senza mai leggere le critiche neuroanatomiche — e i neuroanatomisti che criticano la teoria senza considerare perché, in seduta, quella cornice funziona così bene. Continuerò a seguire come evolve questo scambio tra Porges e i suoi critici, perché dirà molto su come la psicologia clinica dovrebbe rapportarsi a modelli neurobiologici ancora contestati.

Commenti


bottom of page