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In venti secondi rilevo se sei depresso oppure no

  • Immagine del redattore: Alessandro Lombardo
    Alessandro Lombardo
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Venti secondi di voce. Nient'altro.


Nessun colloquio preliminare, nessuna scala di valutazione, nessun MINI o PHQ-9 somministrato con cura. Venti secondi di parlato libero bastavano al modello di Kintsugi (una startup americana) per rilevare depressione clinica e ansia con una precisione dell'80%.


Il sistema non analizzava le parole — analizzava come venivano dette. Prosodia, ritmo, qualità acustica della voce. Linguisticamente neutro, privacy preservata, integrabile in qualsiasi piattaforma di telesalute.


Applicato a pazienti dimessi dal pronto soccorso da un grande assicuratore sanitario americano, ha rilevato depressione moderata-grave nel 33% dei soggetti e depressione severa nel 14%. Gli stessi pazienti, valutati con i questionari standard, mostravano un tasso del 3%.


Fermati un momento su questo numero. Non è un errore. Il sistema standard — quello che usiamo, quello su cui abbiamo costruito i protocolli di screening — intercettava il 3%. L'AI vedeva il 33%. Vede troppo?


La risposta è: No. È un dato clinico pubblicato sugli Annals of Family Medicine.


Ma Kintsugi ha chiuso lo stesso, è fallita. Perché, se faceva qualcosa di così utile e sensato?


La CEO Grace Chang non ha usato giri di parole. L'azienda aveva già speso circa 16 milioni di dollari in quattro anni di lavoro preparatorio per l'approvazione FDA (il corrispettivo USA dei nostri enti regolatori in ambito sanitario), era vicina al traguardo, ma mancavano ancora uno o quattro milioni per completare il processo — e il mercato non ha retto. La FDA tratta l'AI come un dispositivo medico tradizionale: una volta approvata, è bloccata. Qualsiasi aggiornamento può innescare un nuovo ciclo completo di approvazione, una piccola modifica nel sistema di diagnosi, e devi rifare tutto da zero per riaccreditarti alla FDA per poter stare sul mercato. Una startup con 30 milioni di venture capital non sopravvive a quel ritmo. E così, Kintsugi ha chiuso.


Per la cronaca, il modello di Ai che stava dentro Kintisgi ora è a libero uso, Chang ha scelto di open-sourciarla — modelli AI, metodologie scientifiche, ricerca formativa — regalandola alla comunità scientifica globale.


Ma ciò che mi interessa non è il tema finanziario. È professionale. Perché questa notizia non ci interessa tanto dal punto di vista della start-up che fallisce. Ma mette in evidenza gli scenari futuri della salute mentale, di come si svolgerà la professione, di come si farà la psicodiagnosi per esempio.


Il colloquio clinico ha un'accuratezza diagnostica per la depressione che la letteratura stima intorno al 47%. I nostri strumenti standardizzati migliorano questo numero, ma rimangono autorapportati, soggetti a desiderabilità sociale, dipendenti dalla capacità del paziente di accedere ai propri stati interni e di verbalizzarli. Kintsugi non chiedeva niente di tutto questo. Ascoltava quello che il corpo già stava dicendo — e lo faceva meglio di noi, o perlomeno era in gradi di cogliere segnali che noi non cogliamo.


Quando la misurazione oggettiva entra in un campo che si è sempre fondato sull'interpretazione soggettiva, il ruolo del clinico non sparisce. Si sposta. Il valore non sta più nell'individuare il problema. Sta nel sapere cosa farne: nella relazione, nella formulazione, nella scelta del trattamento, nella capacità di tenere la complessità di una persona che un algoritmo non vedrà mai.


È lo stesso spostamento che ha attraversato la radiologia quando l'AI ha cominciato a rilevare tumori polmonari prima e meglio dei radiologi. I radiologi esistono ancora. Fanno cose diverse.


La psicodiagnostica come la conosciamo è già in movimento. Kintsugi è caduta per i limiti del sistema che avrebbe dovuto adottarla, non per i limiti della sua tecnologia.


Il dato di fatto è che la tecnologia dimostra che raggiunge meglio l'obiettivo diagnostico. Lo fa già in altri ambiti medici, ed è evidente che lo fa anche in ambito psicologico.


Quei modelli sono adesso pubblici, accessibili, e altri li useranno. Chi lavora in salute mentale può aspettare che questo processo si compia senza di lui, oppure può entrarci con una prospettiva clinica che nessun ingegnere ha.


E noi sappiamo, che la psicodiagnosi è il primo passo poi di un intervento che, a mio parere, resterà Human centred: il trattamento.


Che poi ci stiano provando a sostituire l'umano anche nel trattamento è un dato di fatto (a parte la psicofarmacologia), ma questa, come si dice in questi casi, è un'altra storia.

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