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Chi lascia fare all'AI?

  • Immagine del redattore: Alessandro Lombardo
    Alessandro Lombardo
  • 13 mar
  • Tempo di lettura: 3 min

Una ricerca su 31.000 persone ci dice quanto siamo disposti ad affidarle i ruoli che contano davvero

Esiste una differenza sottile ma importante tra usare l'intelligenza artificiale e affidarle qualcosa. Posso usare ChatGPT per correggere una email, cercare informazioni, generare idee. Ma usarla come psicologo? Come medico di mio figlio? Come suo insegnante?

Fino a qualche anno fa sembrava una domanda retorica. Oggi è diventata empirica.


Lo studio

Un gruppo di ricercatori guidati da Ala Yankouskaya della Bournemouth University ha pubblicato a febbraio 2026 su AI & Society uno studio che ha coinvolto quasi 31.000 adulti in 35 paesi. L'obiettivo era misurare qualcosa di preciso: non quanto le persone accettano l'AI in generale, ma quanto sono disposte a delegarle ruoli socialmente significativi.


I ruoli esaminati erano quattro: compagno/amica, consulente per la salute mentale, medico, insegnante per i figli.


I numeri

I risultati disegnano una gerarchia chiara.

Il ruolo di compagno è quello che le persone affidano più volentieri all'AI: tre quarti del campione globale e più della metà dei partecipanti britannici si sono detti disposti a usare ChatGPT come interlocutore quotidiano, qualcuno con cui parlare.


Il ruolo di consulente per la salute mentale segue a distanza ravvicinata: il 61% a livello globale e il 41% nel Regno Unito si direbbero pronti a rivolgersi all'AI per supporto psicologico. In Italia non abbiamo dati specifici, ma il contesto dei lunghi tempi d'attesa e della scarsa accessibilità ai servizi suggerisce che i numeri potrebbero non essere molto diversi.


Il ruolo di insegnante convince la metà del campione globale, un quarto di quello britannico.


Il ruolo di medico è quello più difficile da cedere: il 45% a livello globale dichiara che lo accetterebbe.


Perché la compagnia viene prima di tutto

I ricercatori si sono interrogati su questo primato e la risposta è psicologicamente coerente. I modelli linguistici di ultima generazione sono progettati per adattare il tono alle risposte dell'utente, per ricordare le conversazioni precedenti, per non giudicare mai. Creano, in sostanza, la sensazione di essere capiti.


In un'epoca in cui molte persone si sentono esposte al giudizio altrui, l'AI offre uno spazio percepito come sicuro. Non sostituisce la connessione umana — ma simula alcune delle sue componenti emotive abbastanza bene da risultare preferibile, per molti, al vuoto.


Chi guida la scelta

Lo studio ha cercato di capire quali fattori spingono le persone verso questa disponibilità. Il predittore più forte, in tutti e quattro i ruoli, è risultato la fiducia nelle informazioni online. Chi si fida di ciò che trova in rete è molto più propenso ad affidarsi all'AI anche per funzioni sensibili.


Ottimismo e soddisfazione di vita contribuiscono, ma in modo più contenuto.

Le disposizioni affettive contano in modo più specifico: l'ansia aumenta la disponibilità a delegare all'AI in ambito educativo e di salute mentale — probabilmente perché chi è più ansioso percepisce l'attesa e l'accesso ai servizi tradizionali come un ostacolo insormontabile.


Le donne si sono mostrate sistematicamente meno disposte degli uomini a delegare in tutti i ruoli, con il divario più marcato in medicina e istruzione.


Il contesto nazionale pesa in modo indipendente: tra paese e paese, la disponibilità media variava di quasi 30 punti percentuali anche dopo aver tenuto conto di tutti gli altri fattori. La cultura, la storia dei sistemi sanitari e educativi, la fiducia nelle istituzioni — tutto questo entra nell'equazione.


Le preoccupazioni dei ricercatori

I ricercatori non si sono fermati ai numeri. Hanno espresso preoccupazioni specifiche.

Sul ruolo di insegnante: delegare l'apprendimento all'AI potrebbe avere effetti neurologici nel lungo periodo — in modo analogo a quanto si teme per l'uso intensivo dei motori di ricerca — con un possibile impatto sull'ippocampo, la struttura cerebrale coinvolta nella memoria e nell'apprendimento. Potremmo formare generazioni capaci di formulare prompt ma meno attrezzate a trattenere e integrare il sapere.


Sul ruolo di consulente per la salute mentale: la ricercatrice principale ha testato personalmente questi strumenti e ha trovato il linguaggio vago, evasivo, progettato per non assumere mai una posizione clinica chiara. L'AI per la salute mentale, almeno oggi, non è un sostituto — ma per chi aspetta mesi per un appuntamento, può sembrare l'unica opzione disponibile.


Cosa ci dice questo, davvero

Questo studio non misura solo la fiducia nell'AI. Misura qualcosa di più profondo: il grado in cui le persone sono disposte a cedere autorità sociale a un sistema algoritmico.

Accettare uno strumento è una cosa. Affidargli la gestione della propria solitudine, del proprio dolore mentale, della formazione dei propri figli — è un'altra.


Il fatto che oltre la metà del campione globale sia già lì, almeno in termini di intenzione dichiarata, dice qualcosa sullo stato dei sistemi che dovrebbero svolgere queste funzioni. Non dice che l'AI sia all'altezza. Dice che le alternative sembrano sempre più lontane.


Yankouskaya A. et al., "Who lets AI take over? Cross-national variation in willingness to delegate socially important roles to artificial intelligence", AI & Society, febbraio 2026. DOI: 10.1007/s00146-026-02858-5

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