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Quando una challenge fa una vittima: il caso di Asti, l'effetto contagio e cosa ci riguarda davvero

  • Immagine del redattore: Alessandro Lombardo
    Alessandro Lombardo
  • 13 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

A Rocca d'Arazzo, nel febbraio 2024, una bambina di dodici anni è stata trovata in casa in gravi condizioni di asfissia. È morta pochi giorni dopo all'ospedale Regina Margherita di Torino. La Procura di Asti ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, ipotizzando il possibile legame con la cosiddetta blackout challenge circolata su TikTok (La Nuova Provincia, febbraio 2024).

Il caso non è isolato — Antonella a Palermo nel 2021, una dodicenne a Borgofranco lo stesso anno, Nylah in Pennsylvania, Sebastian nel West Yorkshire nel 2025 — e ci interroga in quanto psicologi, ben oltre la cronaca.


La parola "challenge" sta facendo un lavoro che non dovrebbe fare

La prima cosa che dobbiamo riconoscere è che il quadro è clinicamente più sfumato di come lo raccontano i giornali.

Negli stessi articoli compaiono due ipotesi contemporaneamente: gesto suicidario e partecipazione a una sfida virale. La Procura indaga proprio per escludere o includere la partecipazione alla challenge. Questa ambiguità non è un dettaglio giornalistico — è la sostanza del fenomeno.

La blackout challenge (anche detta choking game o hanging challenge) non è una novità di TikTok. Esiste da decenni in forma di gioco tra pari, prima dei social. La piattaforma le ha dato amplificazione e accessibilità, non l'ha generata.

Quello che cambia con il social non è la pulsione — è la disponibilità del modello, la viralità dell'imitazione, e la possibilità che un bambino di dodici anni vi acceda in solitudine, di sera, in bagno, senza nessun adulto che intercetti il segnale.


Il problema dell'effetto contagio

Qui entra in gioco una letteratura che conosciamo da tempo ma che torniamo a sottovalutare ogni volta che una notizia di questo tipo esplode.

L'effetto Werther — descritto dopo la pubblicazione del romanzo di Goethe nel 1774 — indica l'aumento dei suicidi per emulazione dopo la diffusione mediatica di un caso. Una meta-analisi pubblicata sul British Medical Journal nel 2020 ha valutato 31 studi internazionali: dopo la diffusione di notizie sul suicidio di personaggi pubblici, l'incidenza media dei suicidi aumenta del 13%. Quando i media descrivono in dettaglio il metodo, l'aumento è maggiore.

L'effetto Papageno — descritto da Niederkrotenthaler e colleghi — mostra il rovescio: racconti di crisi superate, di richieste di aiuto andate a buon fine, riducono i suicidi fino al 20% nei contesti esposti a quei media.

L'OMS pubblica linee guida specifiche per i media sul reporting del suicidio (terza edizione, 2023). I punti centrali sono semplici: non descrivere il metodo, non romantizzare, non sensazionalizzare, fornire risorse di aiuto, dare voce alle vie di uscita.

Le challenge mortali rientrano in pieno in questa logica. Ogni articolo che descrive nel dettaglio cosa si lega al collo, dove, quanto a lungo, sta funzionando come tutorial per il prossimo bambino vulnerabile che lo leggerà.


Cosa sappiamo della psicologia degli adolescenti e delle sfide estreme

I dati italiani che abbiamo sul tavolo non vanno letti come "colpa dei social". Vanno letti come fotografia di una popolazione clinica che si sta deteriorando in parallelo.

Tra il 2018 e il 2021 i ricoveri per ideazione e tentativi suicidari in adolescenza sono aumentati significativamente nelle strutture pediatriche italiane (studio multicentrico su nove ospedali universitari, 2023). L'Ospedale Bambin Gesù ha parlato di "mai così tanti" ragazzini che si tagliano o tentano il suicidio. Il suicidio è la seconda causa di morte in adolescenza.

Su questo terreno arriva la challenge. Non è la causa — è il vettore.

I meccanismi psicologici implicati sono noti:

  • Pensiero magico del rischio reversibile: a dodici anni la rappresentazione mentale della morte è ancora parziale; "perdo i sensi e poi mi sveglio" è una previsione coerente con la cognizione preadolescenziale.

  • Bisogno di appartenenza e pressione tra pari: la sfida è un rito di iniziazione orizzontale, in assenza di riti verticali strutturati. Van Gennep e Turner avrebbero molto da dire qui.

  • Ricerca di visibilità in un sistema della reputazione algoritmica: il video — anche solo immaginato come ipotesi di video — è già parte del gesto.

  • Disregolazione affettiva su vulnerabilità preesistenti: chi accede a queste sfide non è "un bambino qualunque" — più spesso è un bambino già attraversato da qualcosa che gli adulti intorno non hanno nominato.

L'ultima è la dimensione che ci riguarda di più clinicamente, e che il dibattito pubblico tende a saltare.


Il punto che dovrebbe interrogarci

Ogni volta che esce una notizia come quella di Asti, il discorso pubblico si divide su due binari prevedibili: "è colpa di TikTok / vietiamo i social ai minori" da una parte, "non si può addossare tutto alla piattaforma, è un problema educativo" dall'altra.

Entrambi i binari saltano la stanza dove noi lavoriamo.

La domanda clinica vera non è cosa ha fatto TikTok. È: cosa stava succedendo a quella bambina nei mesi prima? Quale rappresentazione di sé stava costruendo? In che modo l'ambiente — famiglia, scuola, gruppo dei pari — aveva creato o non creato uno spazio in cui dire qualcosa che pesava? E noi psicologi, dove siamo nella catena di intercettazione precoce?

Non sto dicendo che la sfida virale sia irrilevante. Sto dicendo che chi muore per una challenge è quasi sempre un bambino che era già in difficoltà, e che il vettore virale ha trovato un terreno preparato.


Cosa significa per noi, nella pratica

Servono almeno quattro consapevolezze operative.

  • Nominare la cosa nei colloqui, anche con i preadolescenti. Chiedere apertamente — senza panico, senza tono inquisitorio — cosa si guarda online, quali video circolano nella chat di classe, se si sono visti video di "giochi pericolosi". Non è invasivo. È clinica preventiva. La rimozione del tema da parte degli adulti è esattamente quello su cui la sfida prospera.

  • Lavorare con i genitori sulla differenza tra controllo e presenza. Il parental control è uno strumento, non una risposta. La risposta è la possibilità che un bambino sappia di poter dire a un adulto "ho visto una cosa strana / ho avuto un pensiero strano / un compagno ha fatto qualcosa". Quando questo canale esiste, la sfida non arriva al bagno chiuso.

  • Riconoscere i segnali aspecifici di vulnerabilità. Ritiro relazionale, oscillazioni dell'umore, comportamenti di rischio crescenti, fascinazione per i temi della morte o dell'incoscienza, segni cutanei. Nessuno di questi predice una challenge — ma tutti, insieme, definiscono una popolazione che merita più sguardo, non meno.

  • Resistere alla pulsione di parlare come i giornali. Se scriviamo, se andiamo in radio, se ne parliamo nei nostri canali, dovremmo applicare a noi stessi le linee guida WHO: niente metodo, niente dettagli grafici, sempre risorse di aiuto, sempre la voce di chi ha attraversato la crisi e ne è uscito. È la differenza tra contribuire al contagio e contribuire alla prevenzione.


Quello che resta sul tavolo

Antonella, la bambina di Asti, le altre. Sono nomi che dovrebbero pesarci come pesa ogni paziente perso, anche quando non era nostro paziente.

Dovrebbero pesarci abbastanza da farci smettere di parlare di queste vicende come se fossero un problema di policy delle piattaforme. Le piattaforme hanno la loro responsabilità — pesante, documentata, contestata anche in tribunale (vedi il caso Nylah Anderson vs TikTok, 2022) — ma quella responsabilità non sostituisce la nostra.

La nostra responsabilità è clinica. Sta nel saper riconoscere il bambino che sta scivolando, prima che la challenge gli arrivi addosso come occasione. Sta nel costruire con le famiglie un linguaggio che permetta di nominare il pensiero del male senza che il pensiero diventi l'agito. Sta nel non delegare al filtro algoritmico quello che è lavoro di relazione.

E sta — anche — nel parlare con cura quando ne parliamo. Perché ogni articolo che descrive il come è una microdose di Werther che immettiamo nel sistema.

Se stai attraversando un momento di crisi o conosci qualcuno che lo sta facendo, in Italia puoi chiamare il Telefono Amico (02 2327 2327) o il Telefono Azzurro per minori (19696). In emergenza, il 118.

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