Stili di apprendimento: un mito che continua a vendersi (e cosa dice la ricerca)
- Alessandro Lombardo
- 14 mag
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 15 mag
Se hai mai partecipato a un corso di formazione negli ultimi vent'anni, qualcuno ti avrà chiesto se sei un apprendente visivo, uditivo o cinestetico. È diventato un riflesso. Eppure questa idea — quella che ciascuno abbia un canale prediletto attraverso cui apprende meglio — è uno dei miti più resistenti della psicologia pop, e uno dei più smontati dalla ricerca. Ne parlo perché lavoro a cavallo tra clinica e formazione professionale. E in entrambi i mondi i learning styles continuano a essere venduti come scienza. ## Quanto è diffuso il mito I numeri sono impressionanti. Una review internazionale di Newton e Salvi (2020) su 37 studi in 18 paesi ha trovato che in media l'89% degli educatori crede ai learning styles. Macdonald e colleghi (2017) hanno misurato il 93% del pubblico generale convinto che "le persone imparano meglio se l'informazione è presentata nel loro stile preferito". Negli Stati Uniti il 67% dei programmi di formazione insegnanti chiede ai futuri docenti di "tenere conto degli stili di apprendimento" nei piani didattici (Pomerance et al., 2016). E poi c'è l'industria. VARK, Dunn & Dunn, e decine di altri modelli vengono ancora venduti con test, certificazioni, corsi di formazione formatori. Una review di Newton (2015) ha mostrato che l'89% degli articoli accademici sui learning styles ne sostiene l'uso senza fornire prove empiriche. È un'idea che si auto-rinforza dentro un mercato. ## Cosa dice davvero la ricerca La domanda scientifica precisa non è "le persone hanno preferenze diverse?". Quella è banale: ovvio che sì. La domanda è: insegnare a qualcuno nel suo presunto stile lo aiuta a imparare di più? È la cosiddetta matching hypothesis, ed è l'unica domanda che conti, perché senza una risposta affermativa l'intero edificio commerciale crolla. Per testarla servono studi controllati. I "visivi" devono ricevere metà istruzione visiva e metà uditiva, gli "uditivi" lo stesso. Se la teoria funziona, ognuno dovrebbe imparare di più nel proprio canale. Già negli anni Settanta tre review indipendenti (Tarver & Dawson, 1978; Arter & Jenkins, 1979; Kampwirth & Bates, 1980) avevano concluso che non c'erano prove. Nel 2008 la rivista Psychological Science in the Public Interest commissionò una revisione moderna. Pashler e colleghi (2009) conclusero, trent'anni dopo, che il supporto restava insufficiente. Dieci anni più tardi, la situazione è la stessa. Rogowsky e colleghi (2015) hanno condotto uno studio controllato con metodologia rigorosa: nessuna evidenza per la matching hypothesis. Anzi, hanno trovato che chi si definiva "visivo" andava meglio in tutte le condizioni, suggerendo che insegnare seguendo lo stile dichiarato potrebbe perfino essere controproducente. Cuevas (2015) ha sintetizzato la ricerca successiva al 2009: il supporto empirico alla matching hypothesis resta praticamente inesistente, mentre le prove contrarie si accumulano. ## Il problema della misurazione Anche prima di chiedersi se funziona, c'è un problema a monte: cos'è uno "stile di apprendimento"? Sono stati proposti oltre 70 modelli diversi. Coffield (2012) ha descritto la letteratura come "incoerente e concettualmente confusa". I questionari di autovalutazione mostrano scarsa affidabilità e validità: la stessa persona compila lo stesso test in momenti diversi e ottiene risultati diversi. E poi c'è un punto che chi insegna conosce bene: le preferenze cambiano con il contenuto. Se devo imparare a riconoscere il canto degli uccelli userò metodi uditivi. Se devo distinguere piante velenose da quelle commestibili, userò metodi visivi. Se devo imparare a giocare a basket, niente di tutto questo basterà senza pratica corporea. Husmann e O'Loughlin (2019) hanno mostrato che la maggior parte delle persone, anche quando dichiara una preferenza forte, non studia secondo quella preferenza, e chi lo fa non ne trae alcun beneficio. ## Perché allora ci crediamo Tre ragioni, secondo gli autori del capitolo che ho riassunto sopra. La prima è la conferma esperienziale: una volta che mi dico "visivo", noterò ogni volta che un diagramma mi è stato utile e dimenticherò le volte in cui ho imparato leggendo. È bias di conferma standard. La seconda è la conflazione con altre differenze individuali reali. Le persone differiscono per interessi, abilità, conoscenze pregresse, motivazione. Tutto questo influisce sull'apprendimento. Ma non è la stessa cosa di dire che esistono "stili" stabili, misurabili, e che insegnare di conseguenza produca effetti. La terza è strutturale: un'industria vende l'idea. Test, certificazioni, manuali, software. Smontare il mito significa togliere lavoro a parecchia gente. ## Cosa significa per chi forma e per chi educa Servono almeno quattro consapevolezze operative. Smettere di chiedere ai partecipanti "che tipo di learner sei?" all'inizio dei corsi. Il messaggio implicito — "ho un canale unico e fuori da quello faccio fatica" — è una profezia che si autoavvera. Dweck (2008) ha mostrato come le etichette di apprendimento alimentino una fixed mindset e riducano lo sforzo nelle modalità "non proprie". Spostare l'investimento dalle autovalutazioni di stile alle strategie di apprendimento che funzionano: pratica distribuita, self-testing, elaborazione profonda. Dunlosky e colleghi (2013) hanno pubblicato una rassegna esaustiva su quali tecniche reggono l'evidenza. Sono tutte indipendenti dal presunto stile. Riconoscere che l'istruzione multimodale aiuta tutti, non perché soddisfi stili diversi, ma perché la combinazione integrata di parola e immagine sfrutta meccanismi cognitivi generali (Mayer e collaboratori parlano di principio della multimedialità). Per chi fa formazione professionale, e parlo da imprenditore in questo ambito: vendere "personalizzazione dell'apprendimento" basata su stili è vendere un servizio che non funziona. Si può fare personalizzazione vera — su livello di partenza, sugli obiettivi, sui prerequisiti — ed è clinicamente più onesto. ## Cosa resta in piedi Le persone sono diverse. Imparano in modi diversi a seconda di cosa stanno imparando, di cosa già sanno, di quanto sono motivate, di chi insegna. Niente di tutto questo richiede l'ipotesi che esistano "stili" cognitivi stabili. Anzi: una volta che si lasciano cadere gli stili, si vede meglio cosa fa davvero la differenza. Daniel Willingham, citato dall'Atlantic nel 2018, lo ha messo così: smettere di pensare alle persone come visive o uditive, e iniziare a pensarle come gente che ha una cassetta degli attrezzi cognitiva. La domanda diventa: quale strumento serve per questa cosa, in questo momento, per questo contenuto. È una domanda più difficile della prima. Ma è una domanda che porta da qualche parte.



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